ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI PROFESSORI DI STORIA DELLA CHIESA
V FORUM – 1967-2007 40 anni di attività un bilancio
7 SETTEMBRE 2007 

 

 

L’ASSOCIAZIONE E L’INSEGNAMENTO DELLA STORIA DELLA CHIESA IN ITALIA
Filippo Lovison

Chiarissimi Professori, questo mio contributo vuole essere solo di stimolo alla riflessione e al dibattito, approfondendo i tre punti appena citati nell’intervento precedente: 1) l’uso pubblico della storia; 2) l’integrazione europea; 3) il manuale di storia. Partirei pertanto dall’ultimo elemento del titolo del mio intervento, La Storia della Chiesa; per poi affrontare, a ritroso,  il tema  del suo insegnamento e della sua relazione con la nostra Associazione. Infine due parole di conclusione.

I  – la Storia della Chiesa

Insegnando nelle Università pontificie, nelle Facoltà teologiche, nei Seminari, ecc., anche i professori di Storia della Chiesa condividono la responsabilità della formazione delle nuove generazioni. Se la fatica quotidiana dello studio e dell’insegnamento «per avere senso in relazione al Regno di Dio, deve essere sostenuta dalle virtù teologali», sempre il Santo Padre Benedetto XVI nella visita alla Pontificia Università Gregoriana del 3 novembre dell’anno scorso, ricordava come «non basta conoscere Dio; per poterlo realmente incontrare, lo si deve anche amare. La conoscenza deve divenire amore». Amore per la verità storica, dunque! E in questa nostra austera disciplina l’Associazione si colloca all’interno del solco plurisecolare tracciato ben prima della sua nascita.

L’insegnamento della Storia della Chiesa può dirsi infatti nato nel IV secolo, grazie alla Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, che nell’ultima redazione del 323 descrisse, in dieci libri, le vicende cristiane dalla predicazione di Gesù fino a quell’anno. Ebbe fortuna; come sappiamo Rufino di Aquileia nel 403 la tradusse in latino, continuandola fino all’anno 395, e nel V secolo, sempre l’opera di Eusebio, fu ripresa e aggiornata, in area greca, da Socrate Scolastico, Sozomeno e Teodoreto di Ciro. I loro lavori vennero poi fusi e tradotti in latino nella Storia tripartita da Cassiodoro. Mentre tale genere letterario proseguiva in Oriente secondo il paradigma eusebiano (Evagrio Scolastico la portò fino alla soglia del VII secolo), nell’Occidente medievale andavano sviluppandosi altre forme narrative, come la teologia della storia: dalla Città di Dio di Agostino alla Storia contro i pagani di Paolo Orosio alla Cronaca ossia storia delle due città di Ottone di Frisinga, che si proponeva di mostrare il piano salvifico di Dio sul mondo; la storia dei popoli germanici cristianizzati, con la Storia dei franchi di Gregorio di Tours, la Storia dei Visigoti di Isidoro di Siviglia, la Storia ecclesiastica del popolo anglo di Beda il Venerabile; le cronache universali di Beda il Venerabile e Reginone di Prüm; gli annali degli ordini religiosi, dei monasteri, delle diocesi e anche del papato; infine le vite di singoli personaggi ragguardevoli per pietà e religione.

Ma il termine “historia ecclesiastica” ricomparve in Occidente solo tra l’XI e il XII secolo nel titolo delle opere di Ugo di Fleury e Orderico Vitale, anche se costituivano soltanto una combinazione di Storia universale e di Storia della salvezza. Bisognerà attendere il ritorno dell’interesse umanistico verso le fonti per avere all’inizio del Cinquecento una pubblicazione dell’opera di Eusebio e di Cassiodoro, le cui opere rientrarono così nell’orizzonte culturale occidentale. Ma fu solo in seguito alla Riforma protestante che rinacque la “Storia della Chiesa”. Le varie confessioni cristiane che erano scaturite dalla Riforma avevano infatti l’esigenza di giustificare sul piano storico la loro esistenza. Ne sono esempi significativi le ricostruzioni dei centuriatori di Magdeburgo, guidati da Flacio Illirico per i luterani, e gli Annales del cardinale Cesare Baronio per i cattolici (non si sono ancora esaurite le celebrazioni indette in occasione del IV centenario della sua morte). Ma anche le altre Chiese nate dalla Riforma vi fecero ricorso (ecco la storiografia confessionalistica). Si trattava prevalentemente di opere a carattere polemico e apologetico, nonostante la ricerca e la messa in opera di una vasta documentazione che veniva recuperata dall’oblio. La necessità di provare le tesi che le diverse Chiese sostenevano portò a una lenta evoluzione della disciplina che vide applicare nell’esame dei documenti quel metodo filologico che nel XV secolo aveva utilizzato il Valla per dimostrare la falsità della donazione di Costantino. Ai criteri filologici per l’analisi dell’autenticità delle fonti si aggiunse poi il metodo critico per valutarne la veridicità. In questa impresa si distinsero, in particolare nel corso del Seicento, i bollandisti nel ricostruire la vita dei santi e i maurini nel curare le edizioni dei Padri della Chiesa. Si affermava in tal modo il principio che nella storiografia ecclesiastica ogni affermazione doveva basarsi su una documentazione rigorosamente comprovata su base filologica e critica. Intanto in ambito protestante la Storia della Chiesa diventava disciplina universitaria e si indirizzava verso la secolarizzazione (protestantesimo). In area cattolica invece nascevano opere d’insieme che, pur in un’ottica confessionale, si basavano sul nuovo tipo di sapere storico: ricordiamo, per esempio, la Storia ecclesiastica (1699) di Natale Alessandro; le Memorie (ed. it. 1732) di Le Nain de Tillemont; e la Storia ecclesiastica (ed. it. 1766-1767) di C. Fleury. I tentativi romani di bloccare, anche per il loro orientamento gallicano, la diffusione di queste opere incontrarono scarso successo (il domenicano Giuseppe Agostino Orsi compilò una Storia ecclesiastica, 1747-1762, secondo criteri meno rigorosi e in un’ottica ultramontana, mentre due dei più agguerriti teologi, il gesuita Antonio Francesco Zaccaria[1] e il domenicano Tommaso Maria Mamachi[2], erano i campioni dell’erudizione storico-ecclesiastica, rappresentando il legame tra l’erudizione e l’antiquaria ecclesiastiche e quelle profane, elemento caratterizzante la cultura romana del Settecento).

Pur senza impegnarsi nella redazione di una Storia della Chiesa, Ludovico Antonio Muratori rivendicò il fatto che la ricerca della verità storica, criticamente accertata, non poteva essere in contraddizione con un cristianesimo che voleva essere rivelazione della verità. Per quanto concerne invece le Università laiche, non dimentichiamo l’importante Parere sul miglior ordinamento della Regia Università di Torino, di Scipione Maffei, del 1718 che rivela una visione assai avanzata della cultura: accanto alle materie che costituivano il nucleo della cultura tradizionale (Filosofia – Giurisprudenza – Teologia), egli proponeva l’istituzione di una cattedra di Storia, disciplina che, secondo Maffei, è quasi il fondamento primo di ogni studio. Proprio l’istituzione di una cattedra di Storia costituisce l’aspetto più interessante del progetto maffeiano, in un’epoca in cui in Italia nessuna Università aveva una cattedra di storia[3]. Con l’Ottocento nacque poi in Germania il metodo storico-critico, che il protestantesimo liberale recepì ben presto negli studi di Storia ecclesiastica, mentre la storiografia cattolica ripiegava nell’apologia delle posizioni ultramontane e intransigenti assunte dal papato a difesa del potere cristiano sulla società[4]. La disciplina assunse dunque un orientamento apologetico: difendere l’istituzione dagli assalti del pensiero scientifico e di non pochi governi. Non bastò a modificare questi orientamenti la decisione di papa Leone XIII che nel 1881 decretò l’apertura degli Archivi Vaticani, e invitò i cattolici a lanciarsi senza timore negli studi storici. Ne derivò da un lato una linea che combinava un orientamento più positivo nell’uso dei documenti con una posizione confessionale, testimoniata anche da diversi Manuali in uso ancora in epoca successiva (vedi l’opera del Pastor[5]); dall’altro lato ci fu l’introduzione dei nuovi metodi di ricerca storica in tutte le scienze religiose, portando così allo sviluppo del modernismo (vedi, per esempio, Loisy, Buonaiuti). Nel 1905 appariva l’opuscolo Una crisi d’anime nel cattolicismo di don Brizio Casciola e Romolo Murri, dove si affermava: «L’esame dei programmi di studio e delle scuole teologiche d’Italia, dall’Università Gregoriana dei PP. Gesuiti in Roma al più modesto seminario delle Puglie, vi mostrerà ad evidenza, salvo pochissime eccezioni, come tutti i progressi e le rivoluzioni compiute nelle scienze dai metodi storici, positivi, e psicologici, abbiano lasciato indifferenti le nostre scuole»[6]. La repressione antimodernista colpì duramente gli studi di Storia della Chiesa (da annotare la messa all’Indice della Storia antica della chiesa del Duchesne nel 1912). Il conseguente ripiegamento sull’erudizione, evidente soprattutto in Italia (Lanzoni, Paschini), venne superato dall’atteggiamento di compromesso nato nelle Facoltà di teologia cattolica in Germania tra le due guerre. Ne fu significativo rappresentante lo Jedin, per il quale la Storia della Chiesa adottò il metodo storico nella determinazione dei fatti, ma al contempo riceveva il suo oggetto dalla teologia, sicché poteva essere praticata solo dal credente che ne accettava l’origine divina e ammetteva l’intervento del trascendente nella causalità storica. Ecco il dibattito epistemologico sullo statuto della stessa.

Ma nuovi fattori spingevano verso un’evoluzione. Studiosi laici, da Lucien Febvre a Delio Cantimori, cominciavano a sottolineare la rilevanza della conoscenza delle tematiche religiose per una corretta ricostruzione globale del processo storico, favorendo così l’introduzione dell’insegnamento di Storia della Chiesa nelle Università statali. Inoltre all’interno di alcuni settori ecclesiali (vedi lo Chenu, Le saulchoir, del 1937) maturava la convinzione che la teologia, in quanto riflessione razionale sul dato rivelato, era disciplina distinta dalla Storia della Chiesa, che perciò non riceve da altri ma trova in sé stessa i suoi criteri di lavoro. Un po’ per ragioni accademiche un po’ per ragioni scientifiche, la Storia della Chiesa fu considerata da alcuni disciplina teologica (oggetto di studio definito dalla teologia), da altri disciplina storica (oggetto di studio definito dallo studio della storia della stessa istituzione, quindi non a carattere teologico ma fenomenologico). Nonostante l’opposizione romana, queste tesi trovarono applicazione in diversi lavori pubblicati nel corso degli anni Cinquanta (vedi le diverse sottolineature da don De Luca a Petrocchi, da Lanzoni a Mercati a Maccarrone, da Paschini a Brezzi a Bendiscioli a Marcocchi, da Alberigo a Monticone a Cistellini, da Prodi a Molinari, a De Maio a Grazioli, da Passerin d’Entrèves a Fonzi a De Rosa a Gambasin a Scoppola. In tal modo la proclamazione al Concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et spes (1965), dell’autonomia della scienza finì per riconoscere una pratica ormai presente anche negli studi di storia ecclesiastica.

A questo proposito vale almeno la pena di accennare ad alcuni problemi legati alle diverse ecclesiologie: momenti di autocomprensione della Chiesa. Per gli storici fare riferimento alla Chiesa come viene definita dal CV I (istituzione gerarchica e monarchica: società perfetta) o dal CV II (popolo di Dio) non è la stessa cosa. Hubert Jedin denunciò il rischio determinato da un pregiudizio anti-istituzionale che portava a un certo fastidio verso le istituzioni e le leggi che governavano la Chiesa, e all’accentuazione dell’attenzione alla pratica pastorale, alla vita e alla mentalità dei fedeli; questo avrebbe portato all’abbandono di certi metodi, soggetti, fonti, per dare maggiore attenzione alle scienze umane e alla sociologia. Tra queste due linee, va sottolineata quella “terza via” che va da Rosmini a Hogan[7] a Roncalli, a Le Bras, dove si insiste sul ruolo dello studio della Storia della Chiesa in funzione pastorale, senza che ne emerga un orientamento anti-istituzionale (il giovane Roncalli, quando era professore di storia, durante le vacanze estive mandò i suoi giovani chierici di Bergamo in un archivio a ricopiare i volumi degli atti della Visita apostolica del 1575, dopo averli istruiti un po’ di diplomatica e paleografia). Circa il ’900 potremmo raccogliere la suggestione del prof. Palese presentata nel suo Cultura storica e formazione teologica (vedi il Verbale dell’Associazione del 2 Marzo 2000): «La cultura storica ha compiuto enormi progressi nel corso del Novecento e l’analisi del Cristianesimo si è inoltrata nelle più di­verse vicende, culturali e sociali, teologiche e istituzionali, religiose, artistiche e spirituali, oltre che nelle diverse aree geografiche dove si è verificata la presenza di comunità nei due primi millenni». Oggi, infatti la deriva post conciliare di una cultura antigiuridica, sembra oramai sul punto di essere esaurita, constatando confortevoli segni di un ritorno di interesse agli elementi istituzionali. Per quanto il dibattito tra i sostenitori di una visione teologica e di una laica della disciplina continui, anche per la sua compresenza nelle Facoltà ecclesiastiche e in quelle statali, essa affronta ormai altri problemi: dal superamento della tradizionale ottica eurocentrica e confessionale alla compiuta storicizzazione attraverso l’inserimento nelle vicende delle società contemporanee[8].

II – Il suo insegnamento

Dopo questa rapida panoramica, volgendo ora lo sguardo al presente, se dal lato della cattedra, Montaigne direbbe: «Nessun piacere ha per me sapore senza comunicazione», dall’altro lato, quello dei banchi, tra tutti gli insegnamenti quello della storia sembra essere più in difficoltà di altri, anche per il particolare momento di grande incertezza culturale in cui viviamo. Per i giovani la storia sembra sempre più perdere la funzione di orientamento per “capire il mondo”; spesso durante le lezioni si annoiano. Non mi addentro nelle particolarità specifiche dell’insegnamento della Storia della Chiesa oggi, rimandando alla successiva relazione del Prof. Regoli, riguardante l’esempio esplicativo della nuova Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa, della Pontificia Università Gregoriana. Mi limito invece a constatare all’opposto come oggi l’uso pubblico della storia, la memoria storica e l’insegnamento della storia hanno riconquistato prepotentemente la scena (vedi “le storie” pubblicate da vari quotidiani); gli specialisti infatti preferirono occuparsi dei primi due temi (uso pubblico della storia e memoria storica), specie tra gli anni Settanta e Ottanta, ma anche oggi questa onda non si è esaurita. Dal punto di vista dell’insegnamento invece si constata come oggi più che mai si tenti di rivedere – in modo “certosino” – gli stessi contenuti degli insegnamenti, le scansioni temporali, le ore di lezione assegnate ai vari corsi, ecc. (il Processo di Bologna sarebbe forse un degno argomento di un prossimo forum…). Sono apparse diverse “Guide all’insegnamento”, sono stati celebrati convegni importanti, come il congresso internazionale di Oslo, e quello del 7 novembre 2003 tenutosi a Venezia su La Storia della Chiesa in Italia. Orientamenti e prospettive, promosso dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dal Patriarcato di Venezia e dall’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, alla quale presero parte relatori di Università statali, come Guasco, Melloni, de Giorgi, Vian, ecc[9].

Ma il vero interesse verso l’insegnamento della storia della Chiesa si rivela a proposito della annosa quaestio del Manuale di storia. Perché il Manuale di storia in quanto tale obbliga a riflettere sul rapporto tra storici e insegnanti, tra storici e scrittori dei libri di testo. In altre parole rivela il gap, spesso esistente e fonte di distorsioni gravissime nella ricerca della verità storica, tra ricerca e divulgazione, in qualsiasi sua forma; ossia l’uso pubblico della storia, il fare memoria. Qui occorre richiamare il Convegno svoltosi ad Alessandria il 20 marzo 2003: La questione dei manuali di storia. Il tema è abbastanza noto nelle sue dinamiche. Basti ricordare alcuni manuali anche d’inizio ’900 particolarmente diffusi nei seminari, fra i più noti il Corso di storia della Chiesa del Todesco, pubblicato tra il 1922 e il 1930, ma che si usava ancora negli anni Cinquanta. Poi Saba, Paschini, Bihlmeyer – Tüchle, l’Introduzione alla storia della Chiesa dello Jedin nel 1973, ecc. Cose a voi ben note. Per questo è preferibile allargare lo sguardo e aprire nuovi orizzonti di riflessione. Non è trascurabile, per esempio, il forte interesse pubblico, dello Stato, che ha affrontato tale tema in modo sorprendente, per esempio sotto due ambiti: quello della scuola nella veste dell’aggiornamento del corpo docente e quello della politica nelle aule parlamentari.

         Scuola: L’interesse del Ministero della Pubblica Istruzione viene dimostrato da “Insegnare Storia”, il corso ipertestuale per un aggiornamento in didattica della storia, prodotto a cura del Ministero della Pubblica Istruzione  e dell’Università degli Studi di Bologna  (Dipartimento di Discipline Storiche), finalizzato alla più ampia diffusione tra i docenti di storia. Il cd-rom fu presentato a Senigallia dal 20 al 22 Settembre 2000, ai rappresentanti provinciali inviati dai diversi Provveditorati. L’obiettivo che il Ministero si prefiggeva era che grazie alla rete di ScuolePolo attivata sul territorio nazionale come conseguenza del “Progetto Storia ‘900”, fosse realizzata la più ampia diffusione di uno strumento ritenuto molto valido per l’autoaggiornamento dei docenti, sul quale il M.P.I. aveva investito una parte non esigua delle risorse. Vediamo un attimo di cosa si tratta. Il coursewareInsegnare storia”, si presenta come un ambiente ipermediale che, per le sue caratteristiche strutturali e di interazione, dovrebbe porre il docente nelle condizioni più favorevoli per un autoaggiornamento efficace sui temi della didattica della storia. In questo senso il cd-rom si articola in moduli e ambienti di consultazione.

Fra questi ultimi:

  • Un ambiente di consultazione ipermediale.
  • Un ambiente archivio che consente l’accesso alla consultazione delle schede dei temi rilevanti trattati nel corso.
  • Un glossario dei termini storiografici e didattici di maggiore rilevanza usati nel corso.
  • Un ambiente biblioteca che offrirà ai docenti una serie di utili strumenti di consultazione bibliografica e informativa.
  • Un quaderno di appunti di lavoro che si presenta come un ambiente di videoscrittura semplificato in cui il docente potrà raccogliere le proprie riflessioni personali durante il percorso formativo, esportarle come documento di testo e/o stamparlo.
  • Un ambiente di aiuto che fornisce un supporto alla consultazione, contestuale ai diversi ambiti di lavoro.

Ma ben più interessante degli “ambienti”, sono naturalmente i “moduli”, rivelatori della mens del progetto. Ma prima di vedere le slides appositamente preparate dal M.P.I., conviene forse prestare attenzione a certe accentuazioni del concomitante dibattito politico.

Manuali di storia: verso l’Indice dei libri proibiti. Mercoledì 11 dicembre 2002, nell’aula in cui si riunisce la Commissione Cultura della Camera dei Deputati,  è apparsa l’ultima puntata del tormentone sui libri di testo di storia che si è conclusa con l’approvazione della Risoluzione proposta dall’on. Garagnani il 30 settembre 2002, la quale impegna il Governo a vigilare sull’insegnamento della storia, in particolare di quella contemporanea, e sulla “scientificità” dei manuali di storia. Si rimaneva in attesa che il Governo, seguendo i principi propri della tradizione liberale a cui afferma di ispirarsi, istituisse una Commissione di Censura e provvedendo a compilare l’Indice dei libri proibiti. In particolare la VII Commissione affermava che

«La riforma dei programmi d’insegnamento ha dato ampio spazio alla storia contemporanea e particolare rilievo ha assunto il rapporto fra la ricostruzione storica dell’identità nazionale e la prospettiva dell’unificazione europea; – il Consiglio d’Europa [nota la polemica sull’eliminazione delle radici cristiane; il Santo Padre, Benedetto XVI, proprio in queste ore, in Austria, con il Corpo diplomatico sta ribadendo l’importanza di questo argomento] ha di recente adottato la prima raccomandazione sull’insegnamento della storia in Europa nel XXI secolo: il documento, nell’ottica della promozione della dimensione europea dell’insegnamento, stigmatizza l’incompatibilità con i principi fondamentali del Consiglio d’Europa delle falsificazioni e delle manipolazioni ideologiche della storia. È indubbio che negli ultimi anni nella scuola italiana è prevalsa una visione ideologica che ha sovente alterato fatti storici incontrovertibili, per fini di parte, in una pura ottica politica; – la necessità di delineare principi in base ai quali elaborare un metodo più appropriato per un corretto e non strumentale insegnamento della storia – quella contemporanea in special modo – è, dunque, avvertita con forza; si pensi, ad esempio, ad un momento particolarmente significativo dell’attività della scuola come quello dell’adozione dei libri di testo: il libro di testo è lo strumento didattico ancora oggi più utilizzato mediante il quale gli studenti realizzano il loro percorso di conoscenza e di apprendimento. Esso rappresenta il principale luogo di incontro tra le competenze del docente e le aspettative dello studente, il canale preferenziale su cui si attiva la comunicazione didattica, lo strumento attraverso il quale i ragazzi formano la propria conoscenza critica: possiamo, dunque, lasciare che un manuale di storia venga scelto ignorando quei criteri di trasparenza e di “laicità” che lo rendono un viatico prezioso per lo studente che voglia acquisire una cultura davvero completa ? – lo studio della storia svolge una funzione centrale nel processo formativo fin dagli anni dell’infanzia: le categorie sono una delle chiavi di lettura fondamentali di tutta la realtà e lo studio della storia ha un ruolo fondamentale nella strutturazione della memoria e della coscienza nazionale e di gruppo; – la storia – proprio perché non è mera conoscenza di nomi, di date e di avvenimenti – bensì analisi complessa e tentativo di spiegazione, tende ad utilizzare tutte le scienze umane e sociali e a raccordare incessantemente tra loro fatti politici ed economici, culturali e religiosi».

Per capire come tutto ciò non sia semplice accademia, basti considerare che martedì scorso 4 settembre il Ministro Fioroni ha annunciato che la terza media sarà dedicata allo studio della storia del ’900. Da notare però come due secoli fa questa impostazione era ben nota e propugnata, benché con accezioni diverse, da storici, che non erano storici! Non volendo fare esempi – poco simpatici – di storici di questo tipo presenti in altri Ordini religiosi, mi limito a presentare un caso esemplificativo all’interno del mio Ordine: i Barnabiti.  Così, già nell’Anti Emilio e più ancora nel Plan d’Etudes pour un jeune Seigneur, il cardinale Sigismondo Gerdil, barnabita,  considerava la storia – specialmente quella antica – come una grande maestra di saggezza e di moralità, oltre che un insigne strumento utile alla riflessione (vedi la distinzione tra istruzione che illumina e rischiara lo spirito, ed erudizione che l’arricchisce, quando non la sovraccarichi…), diventando anche scuola di ragionamento, per la serie di mutamenti che da altrettanti sono causati. Gerdil infatti non è uno storico ma un ragionatore, che vede la storia come insegnamento di morale civile e politica. Egli possiede la naturale tendenza a valutare fatti e personaggi dal punto di vista morale; e quindi la storia viene vista come una palestra per imparare a ragionare e a collegare le idee, nonché i fatti visti come cause vicine o lontane dei processi storici (cfr. l’Historie des sectes des philosophes e l’Histoire de la Maison de Savoie, a motivo del suo carattere pedagogico didattico); in altre parole, Gerdil vede la storia come una celebrazione dei valori monarchici. Benché registri fedelmente guerre e trattati voluti da re e generali, la sua appare però una presentazione “agiografica” dei sovrani unita a fatti particolari. Un chiaro intento celebrativo dunque, con cui si evidenzia la continua benevolenza divina con la quale si celebrano anche gli insuccessi, arrivando talvolta a considerazioni di carattere morale che fanno da contrappunto alla narrazione dei fatti. Il suo limite critico appare evidente quando ricostruisce i moventi delle decisioni dei Sovrani: gli sfugge il complesso intreccio politico-diplomatico della situazione. Nota comunque dominante – oltre l’esattezza della registrazione degli avvenimenti – è la celebrazione del valore dei monarchi per cui la storia è a servizio della polemica anti-illuminista[10]. Le slides del M.P.I. si commentano ora da sole:

L’insegnante di Storia della Chiesa non può essere solo un “mediatore didattico” o un “ragionatore”, ma deve fare ricerca. Ricerca e insegnamento devono trovare un giusto equilibrio e mi sembra che proprio sull’esistenza di questo possibile gap e sui modi più appropriati per superarlo che è intervenuta l’attività della nostra Associazione fin dalla sua Fondazione, costituendo il filo rosso che ha guidato la sua azione.

III – L’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa

           1° numero del Notiziario del 1971     21° numero del Notiziario del 1993

Dopo quarant’anni di vita l’Associazione ha cercato di stare al passo con i tempi. Basti osservare il passaggio dal suo vecchio al nuovo logo, attorno all’anno 1990. Iniziamo con una semplice indagine quantitativa. Nel 1970 i soci dell’Associazione erano 43; nel 1971 salivano a 116 (43 fondatori più 73 nuovi soci); nel 1985 a 180; nel 1988 i soci toccavano la vetta di 219; ma 10 anni dopo, nel  1998, erano scesi a 145; nel 2003 il numero era pressoché stabile 157; così come nel 2007: 164. Sulla base del nuovo Indirizzario che vi è stato distribuito, su 164 nominativi, 85 soci sono attualmente impegnati, come attività prevalente, nell’insegnamento della Storia della Chiesa. In particolare: Università Pontificie Romane e Pontificie Facoltà: 17. Università Suor Orsola Benincasa: 1. Università Cattolica del Sacro Cuore: 3. Libera Università S. Pio V: 1. Pontificie Accademie e Commissioni: 3. Facoltà Teologiche, Istituti e Studi Teologici, Seminari, Collegi: 47. Istituti Superiori di Scienze Religiose: 9. Università Statali: 30. Varie: 3. Complessivamente ben 30 soci lavorano nelle varie università e istituti e seminari ecc. di Roma, di cui 7 alla PUG. Non sorprende il dato. La città di Roma si può dire che rappresenta il più importante centro di preparazione di sacerdoti qualificati nelle varie discipline ecclesiastiche. Essendo poi la Sede del Successore di Pietro, questo centro di studi assume necessariamente una specifica connotazione ecclesiale. Il resto dei soci è presente in tutto il Paese.

L’Associazione mosse i suoi primi passi nell’agosto del 1967, in occasione del I corso di aggiornamento per i professori di Storia della Chiesa dei Seminari e degli Studentati religiosi d’Italia, tenutosi a La Mendola, e che fu un successo! Da osservare come, visto l’importanza del tema, in quell’occasione l’Università Cattolica del Sacro Cuore coprì il passivo economico dell’evento. Da parte dei partecipanti fu demandata la costituzione di una Commissione con il compito di stendere una bozza di Statuto da presentare all’Assemblea in occasione del II Corso di aggiornamento dei Professori di Storia della Chiesa. L’abbozzo, dopo varie consultazioni, fu steso a Roma, presso il Seminario Lombardo, l’11 marzo 1968. L’Associazione fu così costituita il 31 agosto 1970, sempre a La Mendola, presso il Centro di Cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ancora assicurò il suo sostegno economico. L’articolo 2 dello Statuto provvisorio, circa i soci, ammetteva: «1) I docenti di Storia della Chiesa delle Facoltà ecclesiastiche, dei Seminari e degli Studentati Teologici religiosi italiani; 2) Gli ecclesiastici cultori di Storia della Chiesa; 3) i laici docenti di storia della Chiesa»[11]. Netta la prevalenza dell’attenzione per l’insegnamento, dunque!

L’Osservatore Romano diede allora ampio spazio alla fondazione della nostra Associazione con un bel articolo a firma di Franco Molinari: “La Chiesa nell’Alto Medio Evo”, tema di un convegno a La Mendola, del 7-8 settembre 1970, ricordando lo spirito di servizio e di comunione col CV II e come l’assise fosse stata convocata sotto l’egida della S. Congregazione per l’Educazione Cattolica, con la collaborazione delle Pontificie Università Gregoriana e Lateranense e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e con il contributo attivo del card. Angelo Dell’Acqua, vicario di Roma. In particolare si sottolineava il rapporto proprio con l’Università Gregoriana, per il fatto che da lì uscivano in maggioranza i futuri docenti dei Seminari sparsi in tutto il mondo.

In quell’occasione il Consiglio di Presidenza eletto (mons. Michele Maccarrone, presidente; mons. Antonio Rimoldi, vice-presidente; mons. Gian Domenico Gordini, segretario; mons. Valentino Cavazzoni, tesoriere; consiglieri e mons. Piero Zerbi, Silvio Tramontin e il canonico Fernando Maraglino), rilevava come nel corso del II Corso di aggiornamento tenutosi sempre a La Mendola dal 31 agosto al 4 settembre 1970,

«dal dibattito sull’insegnamento della Storia della Chiesa nei Seminari e negli Studentati religiosi siano emersi alcuni problemi e desiderata da presentare all’attenzione della CEI in vista del prossimo riordinamento degli studi teologici nei Seminari italiani, al punto 1°: Si ritiene opportuno dare maggiore spazio alla Storia della Chiesa nell’arco delle discipline teologiche per mettere in luce “la storia della salvezza che di continuo si attua nella vita della Chiesa e nelle vicende del mondo”[12]. La formazione ad un sano ed equilibrato senso storico porterà benefici influssi, fra cui quello di evitare quei frettolosi e spesso anacronistici e superficiali giudizi sul passato della Chiesa»[13].

La risposta venne data dalla Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica il 18 settembre 1970 (per la sua importanza tale lettera fu integralmente pubblicata nel primo numero del Notiziario datato 1971), e inviata al Prof. Maccarrone, presso la Pontificia Università Lateranense, dove, di fronte alla preoccupazione espressa che tale disciplina «che ha avuto nel clero italiano una degna tradizione, non venga menomata o diminuita di fronte alle altre discipline dell’insegnamento teologico», si assicurava di condividere pienamente tali preoccupazioni, assicurando che sarebbe stata riservata a tale disciplina il dovuto “momentum”.

Mons. Maccarrone al II seminario di aggiornamento del 1970 iniziò con il motto del compianto cardinal Mercati: «paratus semper doceri», puntando sull’aggiornamento della disciplina e sulla sua didattica. Interessante notare come il problema dello spazio della storia nell’insegnamento delle altre discipline, era allora all’ordine del giorno e fu oggetto di contatti anche con università europee, come l’Università di Lovanio, di cui il Prof. Gérard Fransen partecipò al III Corso di aggiornamento tenutosi a Viterbo nell’estate del 1973 (57 furono i partecipanti).

Il sostegno dato dalla nostra Associazione all’attività dell’insegnamento della Storia ecclesiastica, fu sempre inteso come un obiettivo da raggiungere principalmente attraverso la partecipazione dei Soci ai vari convegni, che fino agli anni 80 venivano chiamati espressamente di aggiornamento. Non entro nel contributo da loro dato alla ricerca storica, (su questo ha parlato il relatore precedente, prof. Tagliaferri), ma mi interessa sottolineare la loro ricaduta immediata nell’insegnamento. Ma se è agevole quantificare il contributo dato da un convegno alla storiografia a seconda, per esempio, delle copie vendute degli Atti, o dal numero delle loro citazioni in altre importanti pubblicazioni, ben più ardua si rivela l’impresa di cercare di individuarne le ricadute sulle singole attività d’insegnamento dei soci, non solo perchè dislocati sul territorio italiano in diverse Università, Istituti e Seminari, con naturalmente realtà e problematiche differenti, quanto per la natura stessa dell’insegnamento che si presta ad essere una libera attività dell’uomo. Del resto non tutti i professori hanno lasciato una scuola “docendi”. Fra i vari professori va ricordato il P. Vincenzo Monachino, gesuita, fra i fondatori dell’Associazione e suo Presidente dal 1976 al 1988, professore alla PUG, come Mons. Gian Domenico Gordini, professore nel Seminario regionale di Bologna e presidente dell’Associazione per un quinquennio oltre che fra i Fondatori. Rarissime comunque le monografie di professori particolarmente distintisi nell’insegnamento, anche facenti parte della nostra Associazione. Le miscellanee in onore degli emeriti (P. Martina per esempio), non sempre mettono in evidenza il metodo d’insegnamento del cattedratico.

Considerato questo, tale problematica fu sempre sottotraccia in seno all’Associazione fin dalla sua costituzione, e, come un fiume carsico, riapparve ad intervalli di tempo più o meno regolari, prendendo le sembianze del desiderio di pubblicazione ad opera dell’Associazione di un Manuale di Storia della Chiesa, che potesse in qualche modo dare un taglio specifico all’insegnamento dei suoi membri. Ciò portò, dopo tante remore, all’istituzione di una Commissione che ebbe il compito di effettuare uno studio preliminare di fattibilità già nel 1980, 10 anni dopo la nascita ufficiale dell’Associazione. Tale ipotesi, ritornò a comparire negli Atti del Consiglio di Presidenza del 1983, cercando di andare incontro all’esigenza di chi auspicava un Manuale per la Storia della Chiesa italiana redatto da italiani. Ancora nel 1992, il Presidente, Gordini, riceveva dal Rettore della Pontificia Università Salesiana, l’allora don Raffaele Farina, ancor oggi socio dell’Associazione, l’invito a predisporre quanto prima un «Manuale di Storia per l’Italia indirizzato a studenti delle Facoltà di Teologia e dei Seminari Maggiori, con un taglio internazionale, anche se da un Osservatorio, per dir così, italiano, anche in vista di eventuali traduzioni in altre lingue» (lettera del 23 ottobre 1992)[14]. Dopo attenta discussione, allora si obiettò che se anche il problema della casa editrice (Libreria Editrice Vaticana in quell’occasione) era risolto, rimanevano però molti altri problemi da risolvere (lettera del 3 novembre 1992). Ad oggi il progetto di un Manuale è stato accantonato.

Un altro aspetto che riguarda l’insegnamento sono le relazioni con altri organismi. Nel gennaio del 1990 si registra la lettera del Presidente Gordini ai Soci della Associazione Archivisti Ecclesiastici per proporre loro un gemellaggio, con l’invito ad iscriversi alla nostra Associazione. Come motivazione si addiceva il fatto che il ricercatore storico ha necessità della collaborazione dell’archivista. Ecco la ricerca del collegamento tra insegnamento e ricerca, che dicevano prima. Importante questa apertura alla interdisciplinarietà, che oramai è un dato acquisito nell’insegnamento della storia della chiesa anche a livello di Università. A questo proposito, nel gennaio del 1994, p. Giacomo Martina scriveva a un professore:

«Ricordo piuttosto che l’Associazione, nata nel 1967, intendeva in un primo tempo costituire un punto di riferimento per i professori dei seminari e delle facoltà  ecclesiastiche, per invitarli a un proficuo lavoro di aggiornamento e di approfondimento delle proprie materie. In questo spirito si sono svolti i primi convegni… i loro atti sono stati pubblicati in appositi volumi, e sono stati accolti con favore e citati spesso nelle opere più recenti (come gli Annali di Einaudi). Si è visto però ben presto l’utilità se non proprio la necessità di non chiudersi in una cerchia ristretta ma di allargare i contatti con i colleghi delle facoltà statali e con i cultori di queste materie… »[15].

L’insegnamento della Storia della Chiesa, come dimostra la composizione delle varie attività di docenza, fra università ecclesiastiche e statali (in queste ultime vi insegnano ben 30 soci), e la partecipazione ai convegni di numerosi professori di facoltà ecclesiastiche ma anche statali (il convegno di Roma sulle donne nella Chiesa dell’anno scorso lo dimostra, con 37 partecipanti non Soci), rivelano l’apprezzamento per le iniziative dell’Associazione e per la qualità dei soci che la compongono. Una strada da percorrere appieno però anche nel senso opposto, se è vero che nel Verbale 9 novembre 1995 si legge come di fronte degli inviti all’Associazione di partecipare a convegni organizzati da altre Associazioni teologiche, il «Consiglio ritiene opportuno per il momento rinviare ad un prossimo futuro, se matureranno certe situazioni, la nostra collaborazione con altre associazioni teologiche o a noi similari». Una nota prudenziale, che nasceva dal dibattito interno circa la necessità di una rivitalizzazione dell’Associazione, alle prese ancora con il problema della sua sede; ancora nel 1985 si chiedeva una sede stabile, allora legata al P. Monachino e alla Gregoriana. Da qui la necessità di informarsi se era possibile presso il Laterano. Nel 1994 ritorna la necessità di una sede fissa dell’Associazione, vista l’impossibilità di unirla a quella dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica (Verbale 13 maggio 1993); si decise che rimanesse pertanto come sede la residenza del Presidente; le riunione del Consiglio si svolsero sempre presso la consueta sede della Gregoriana. Nel Verbale del 21 maggio 1996, ci si chiede: Come vitalizzare l’Associazione?

«Certamente occorre puntare di più a riscoprire gli attuali professori di storia della Chiesa nelle istituzioni ecclesiastiche (università, seminari, collegi, istituti di scienze religiose etc), per invitarli a partecipare attivamente  all’Associazione. Da qui la richiesta di procurare elenchi di nominativi (per es. i laureati alla PUG, gli insegnanti di scienze religiose, ecc.). Si parla anche della necessità di un dibattito all’interno della nostra Associazione sugli attuali programmi d’insegnamento di storia della Chiesa allo scopo di rinnovarli tenendo conto della situazione in cambiamento della popolazione studentesca, sia a livello internazionale (come a Roma) sia ai vari livelli locali»[16].

Nel Verbale 14 novembre 1996, ancora su come vitalizzare l’Associazione, si puntualizzava la necessità di presentare richiesta al Ministero della Pubblica Istruzione affinché l’allora Convegno dell’Associazione fosse ritenuto valido come corso di formazione in servizio degli insegnanti di scuola secondaria, dando luogo al relativo esonero. Questa dichiarazione del Ministero avrebbe così agevolato la partecipazione al Convegno di chi insegnava nelle scuole Statali e non poteva quindi partecipare senza intervento ministeriale. Ma accanto al dibattito interno, continuava lo sforzo di apertura verso l’esterno. La tendenza nell’avere e nel far sentire una voce propria nel dibattito di quegli anni, si trova particolarmente esposta nel Consiglio di presidenza del 2 dicembre 1999, quando Salvatore Palese sottopose al Consiglio questa sua proposta:

«L’associazione si lasci coinvolgere dalla riflessione in atto sulla riorganizzazione degli Studi nelle facoltà e negli istituti di Teologia; pertanto non è vantaggiosa per essa stessa l’autoemarginazione da quel movimento di convergenza delle varie associazioni di professori di discipline teologiche, che si esprimono nel C.A.T.I. (Coordinamento associazioni teologiche italiane)»[17].

L’Associazione dedicava così il Convegno di Roma del 1997 a I Grandi problemi della storiografia civile e religiosa. Tra i relatori, i membri dell’Associazione erano 6 su 12: il p. Martina, che fece la Presentazione, Marcella Forlin Patrucco, Ottorino Pasquato, Elena Cavalcanti, Pietro Zerbi, Luigi Mezzadri. Pur non avendo l’Associazione pubblicato un Manuale, alcuni Soci dell’Associazione hanno poi dato un notevole contributo all’insegnamento attraverso la elaborazione di alcuni manuali, redatti da soli o in cooperazione con altri studiosi. Fra i soci ricordiamo Giacomo Martina con la sua Storia della Chiesa in 4 volumi che è stata usata in facoltà ecclesiastiche e statali e in seminari che parte dalla l’Età della Riforma per arrivare al post concilio. Lo scopo è quello di essere utile a quanti si interessano della Storia della Chiesa. Ricordiamo il Manuale di mons. Andrea Erba, La Chiesa nella Storia. Duemila anni di cristianesimo, del 2003, che è stato adottato in parecchie scuole. Percorre tutta la storia della Chiesa dalle origini al 2001. Nell’introduzione si legge che la motivazione della pubblicazione: “accompagnare i diversi lettori (laici, religiosi, seminaristi,ecc) verso un primo incontro con la Storia della Chiesa”. Ricordiamo Luigi Mezzadri, con i suoi 3+3 volumi di Storia della Chiesa tra Medioevo e epoca moderna.

Da annotare la partecipazione anche a contributi impegnativi come la Storia della Chiesa del Fliche-Martin, che ha visto la presenza come curatore del P. Martina, di Luigi Mezzadri, Bruno Bosatra, Stefano Cavallotto, o a opere come la Storia della Chiesa dello Jedin: Luigi Mezzadri ha curato la revisione e l’aggiornamento bibliografico dei volumi VI e X, mentre Paola Vismara il volume VII. Senza contare la partecipazione di soci a opere come la Histoire du Christianisme, La nuova Storia della Chiesa di Roger Aubert, dizionari, enciclopedie, monografie, dispense, ecc. Contributi più settoriali come quello di Salvatore Palese sulla Storia della Chiesa di Bari, del 1992, Gaetano Zito per la Storia della Chiesa di Catania. Questo fermento, per la proposta del socio Josef Gelmi sfociò nella ideazione di un nuovo importante strumento, più agevole che non un convegno, ossia il forum. Il 1° Forum del settembre 2001 fu infatti dedicato alla Riforma della scuola secondaria in Italia e cultura storica. Non entro nei dettagli della problematica,  e rimando al sito web che contiene i suoi Atti). Da menzionare, in particolare, anche il 2° Forum del 5-6 settembre 2002 dedicato al tema I beni culturali: un nuovo approccio alla storia della Chiesa. Ma su questo aspetto lascio ancora al Relatore don Regoli il piacere di intrattenerci. Dopo il 3° Forum del 2004, ricordiamo in particolare il 4° Forum 2005: Per una storia della Chiesa in Italia dall’Unità ad oggi.

IV – Conclusioni

Due riflessioni:

  • La prima riflessione è contenutistica; la riscoperta del diritto canonico nella storia della chiesa. Risale al 900 il mancato dialogo tra canonisti e storici. Invano Delio Cantimori[18] e Arturo Carlo Jemolo[19] lanciarono un appello caduto nel vuoto per il suo superamento, ostacolato sia per la posizione di chiusura dei canonisti che soprattutto nella prima metà del 900 che ritenevano ininfluente la dimensione storica sulle costruzioni giuridico dogmatiche allora dominanti, sia per la svolta del CV II che alimentò un discutibile antigiuridismo nella Chiesa, e si vide l’influenza delle nuove tendenze storiografiche specie francesi (la Nouvelle histoire) e delle teorie sociologiche della religione (Peter Berger). Dalla storia della chiesa come paradigma istituzionale si è passati a una serie di distinzioni più complesse e articolate, come la storia del cristianesimo, la storia religiosa, la storia della pietà (certo non nell’accezione di De Luca), la storia delle credenze, ecc., rischiando di dissolvere l’orizzonte dell’insegnamento della Storia della Chiesa in tanti campi non comunicanti, storie particolari, casi esemplari, analisi minute, spesso inevitabilmente avulse dal quadro problematico e dalle coordinate generali. Tanto che oggi qualcuno parla di addirittura “disintegrazione dell’oggetto” della storia della Chiesa[20].

Dal punto di vista pratico infatti non possiamo non rilevare come non c’è un vocabolo o istituto di diritto sostanziale o procedurale che non abbia acquisito nel corso del tempo una denominazione precisa e che non desti interesse per lo storico a motivo delle sue conseguenze giuridiche, sociali, economiche (per esempio, l’istituto del beneficio ecclesiastico, perno determinante dell’organizzazione ecclesiastica dal X secolo al codice di diritto canonico del 1983). Da allora molti professori di Storia della Chiesa hanno abbandonato l’insegnamento della storia delle istituzioni ecclesiastiche per volgere l’attenzione verso la pratica pastorale e quindi verso la vita e la mentalità religiosa dei fedeli. La crescita del collegio episcopale ha poi fatto crescere l’interesse verso la storia delle chiese locali. Il Dizionario storico delle diocesi in Italia, su suggerimento del P. Boaga per coinvolgere i Soci nella ricerca (verbale del 2 marzo 2000[21]) e oggi realizzato da questa Associazione, ne è l’ultima e matura espressione. E circa l’ultima proposta, quella di un Dizionario Storico della Chiesa in Italia, va visto come un tentativo di superamento dell’imprigionamento di una storia della Chiesa italiana – come si parla di una storia della chiesa francese (o gallicana) o di una storia della Chiesa inglese (o anglicana) ecc., – rispetto a una storia della Chiesa in Italia, come parte di una storia universale: la historia salutis[22].

  • La seconda riflessione è metodologica: i perché? I programmi sull’insegnamento della storia hanno dato una minore importanza allo studio della successione temporale degli eventi, favorendo di conseguenza un’apertura interdisciplinare di questo insegnamento verso altre discipline, specie le scienze sociali. Questi cambiamenti non trovano il favore degli storici di professione: la storia come racconto di una successione di eventi è il paradigma della disciplina. Ma sono proprio gli storici che dovrebbero contribuite al cambiamento in positivo nell’insegnamento della storia. La conoscenza del passato è fondamentale della formazione di chiunque, ma conoscendo bene come le società cambino nel tempo, devono capire che cambia la scuola. Una via potrebbe essere quella di chiedere il perché degli eventi, per esempio perché l’Occidente ha vinto? Perché Lutero ha diviso la cristianità? Perché la Chiesa si è dimostrata neutrale nel due conflitti mondiali? E così via. Stubbs nelle sue Lectures on History affermò: «Le ricerche storiche insegnano la pazienza, la tolleranza, il rispetto delle opinioni che uno non condivide, l’esame imparziale di ogni opposizione leale; […] mostrano come il bene e il male si mescolano nelle maggiori cause; insegnano a sopportare pazientemente che gli uomini più simpatici siano spesso nel torto, e che alle volte i più antipatici abbiano invece ragione […]. Finalmente, e questo non è il meno utile dei suoi ammaestramenti, attestano che vi sono molti punti sui quali non si può pronunziare un giudizio definitivo, dare torto o ragione, dichiarare bene o male, assolvere o condannare»[23].

Termino con un’osservazione ironica di Gerdil, che, pur non pretendendo di essere uno storico, si è salvato trovando spazio in questo mio intervento grazie anche a questa sua acuta affermazione: la decadenza degli studi universitari si deve attribuire alla seducente idea di facilitare gli studi. L’autore operava infatti una netta distinzione tra la facilità di apprendimento che deriva da «bonté des méthodes», e un altro tipo di facilità che consiste nel «trancher les difficultés au lieu de travailler à les éclaircir». Seguendo questa strada sbagliata, il risultato, ieri come oggi, sarà sempre lo stesso: «de tout apprendre pour ne rien savoir[24]. Grazie.

[1] A.F. Zaccaria, De rebus ad historiam atque antiquitates Ecclesiae pertinentibus, Foligno 1781.

[2] T.M. Mamachi, Originum et antiquitatum christianarum libri XX, Roma 1749-1755.

[3] Cfr. S. Maffei, Parere sul migliore ordinamento della R. Università di Torino alla S. M. Vittorio Amedeo  (1718), edizione a cura di G.B. Giuliani, Verona 1871.

[4] Vedi R.F. Rohrbacher, Storia universale della chiesa cattolica, 1842-1849, ed. it. 1843-1856.

[5] L. von Pastor, Storia dei papi. Dalla fine del Medioevo (1305-1740), voll. 17, Roma Desclée, 1926-1963.

[6] Fu ripubblicato in L. Bedeschi, Riforma Religiosa e Curia romana all’inizio del secolo, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 422.

[7] Cfr J. Hogan, Gli studi ecclesiastici, Lethielleux – Pustet, Parigi -Roma [1905].

[8] P. Meinhold, Geschichte der kirchlichen Historiographie, K. Alber, Friburgo 1967; H. Jedin, Introduzione alla storia della chiesa, Morcelliana, Brescia 1973; G. Miccoli, Problemi e aspetti della storiografia sulla chiesa contemporanea, in Id., Fra mito della cristianità e secolarizzazione, Marietti, Casale Monferrato 1985; Av.Vv., Grundfragen der kirchengeschichtlichen Methode heute, in “Roemische Quartalschrift”, n. 80, 1985; G. Martina, La storiografia ecclesiastica nell’Otto e Novecento, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1990.

[9] Vedi gli Atti, che sono stati pubblicati in Humanitas 5 (2004), pp. 895-993.

[10] Cfr. R. Valabrega, Un anti-illuminista dalla cattedra alla porpora. Giacinto Sigismondo Gerdil professore, precettore a corte e cardinale. Deputazione Subalpina di Storia Patria, Studi e Fonti per la Storia dell’Università di Torino, XIII, Torino, Palazzo Carignano, 2004, 421 pp.

[11] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[12] Cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n° 77

[13] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[14] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[15] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[16] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[17] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[18] Cfr. D. Cantimori, Conversando di storia, Bari, Laterza, 1967.

[19] Cfr. A.C. Jemolo, Direttive di ricerche canonistiche, in «Archivio di diritto ecclesiastico» 1 (1939).

[20] Cfr. E. Maigret, Les  trois héritages de Michel de Certeau, in «Annales» 3 (2000), pp. 511-549.

[21] In Archivio Storico dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma.

[22] Cfr. G. Martina, Conclusioni, in Ricerca storica e chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive. Atti del IX Convegno di Studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, Roma, Dehoniane, 1995, pp. 519-542.

[23] Cfr. J. Hogan, Gli studi ecclesiastici, Lethielleux – Pustet, Parigi -Roma [1905], pp. 405-406.

[24] Cfr. S. Gerdil, Précis d’un cours d’instruction sur l’origine, les droits et les dévoirs de l’Autorité Souveraine dans l’exercice des principales branches de l’Administration, Capitolo XXX, Cours d’études dans les Collèges et Universités, 1799; vedi anche dello stesso autore Considerazioni sopra gli studi della gioventù, Bologna 1785.

 

L’ASSOCIAZIONE E LA RIVISTA DI STORIA DELLA CHIESA IN ITALIA

Maria Lupi

Innanzitutto desidero ringraziare il consiglio direttivo dell’Associazione che mi dà l’occasione di intervenire su questo tema: un tema che per me, impegnata in entrambe le istituzioni, riveste un interesse particolare. Avrei intenzione di sviluppare, se pur brevemente, due aspetti di questo tema; per prima cosa ricostruire il ruolo che il gruppo dirigente della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» ha avuto nella fondazione dell’Associazione, per poi analizzare i rapporti di collaborazione tra i due enti partendo dalla normativa statutaria e verificandone l’attuazione.

Ci sarebbe un terzo aspetto, cioè le prospettive future che pure sarebbe interessante e proficuo approfondire. Ma in questo caso più che fare un elenco di proposte per possibili collaborazioni, vorrei suscitare un dibattito e sentire i pareri e i desiderata dei soci.

Premetto che mi sono basata su fonti conservate nell’Archivio della Rivista[1] e nell’Archivio dell’Associazione, oltre che su quanto è pubblicato nella Rivista stessa e nei Notiziari dell’Associazione. Come il Consiglio direttivo ben sa, l’archivio dell’Associazione è però molto povero, mentre l’Archivio della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» non comprende purtroppo l’archivio personale di mons. Michele Maccarrone, fondatore della Rivista e primo presidente dell’Associazione, depositato presso la biblioteca dell’Università Lateranense. Quindi il quadro che ho cercato di ricostruire non è sicuramente esaustivo e potrebbe essere arricchito notevolmente dall’apporto di carte personali delle persone impegnate nelle due istituzioni.

Il ruolo della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» nella fondazione dell’Associazione

Quando in Italia, negli anni ’30 del Novecento, si infittì il dibattito sull’opportunità, anzi sulla necessità, di fondare una rivista di storia ecclesiastica sulla falsariga di quelle nate in altri paesi, come ad esempio in Belgio («Revue d’Histoire Ecclésiastique», 1900) e in Francia («Revue d’Histoire de l’Église de France», 1910), tra le varie proposte emerse ci fu quella dello studioso bresciano, mons. Paolo Guerrini, di fondare un’Associazione di studiosi della materia, che si facesse carico della pubblicazione di un periodico da dedicare a questi studi, seguendo l’esempio della “Societé d’histoire de l’Église de France”, sorta nel 1914 e collegata al periodico omonimo, la quale – tra le sue attività – si occupava anche dell’organizzazione di convegni scientifici. Ad uno di questi Guerrini aveva partecipato tornandone entusiasta e fermamente intenzionato a cercare di realizzare qualcosa di simile in Italia.  Erano gli anni 1937-1938 e i tempi erano poco propizi per iniziative onerose sia dal punto di vista finanziario che scientifico, oltre al fatto che tutti i tentativi fatti dal tempo dell’apertura degli archivi vaticani, voluta da Leone XIII nel 1881, di fondare riviste dedicate agli studi storici sulla Chiesa erano falliti tutti entro pochi anni[2]. Secondo Guerrini, un organo giuridicamente eretto che gestisse e supportasse anche economicamente il progettato periodico era necessario per la sopravvivenza dell’iniziativa quanto lo era l’appoggio vaticano e infatti ne scrisse al sostituto della Segreteria di Stato Montini che a sua volta chiese il parere di altri studiosi ecclesiastici, come Amato Frutaz e Giovan Battista Borino, o laici, come Mario Bendiscioli e Pietro Fedele. L’idea di collegare le due iniziative prevaleva anche nei progetti presentati dagli studiosi interpellati, sulla scorta delle esperienze, non solo degli istituti esteri di cultura, tra cui la tedesca Görresgesellschaft (1876), ma anche degli istituti storici italiani (per il Medioevo e per la storia moderna e contemporanea, riguardo ai quali Fedele aveva una consolidata esperienza). Si era ormai negli anni della guerra e quindi era difficile passare dai progetti teorici alle realizzazioni pratiche, ma l’idea di una rivista andò avanti ugualmente. Subito dopo la guerra infatti, nel 1947, divenne realtà, come tutti sanno, per iniziativa di un piccolo gruppo di studiosi guidati dal giovane professore don Michele Maccarrone, con l’appoggio della Segreteria di Stato e delle istituzioni culturali vaticane (Biblioteca apostolica e Archivio segreto), ma senza dipendenza diretta, giuridica o finanziaria, da esse e soprattutto senza il supporto di un’associazione scientifica alle spalle. Secondo Paolo Vian, che ha ricostruito magistralmente queste vicende in occasione del 50° della «Rivista di storia della Chiesa in Italia», fu proprio l’essere legata a un’iniziativa di persone singole – soprattutto di Maccarrone – e non di un’istituzione che favorì in quel momento la concretizzazione dell’idea[3]. Di associazione non si parlò più per molto tempo, mentre la «Rivista di storia della Chiesa in Italia» acquistava un suo pubblico che andava ben oltre gli storici ecclesiastici, e anche oltre la cerchia degli studiosi cattolici, accogliendo scritti di autori di diverse tendenze e favorendo quindi il dialogo interculturale.

Fu soltanto dopo il Concilio Vaticano II, nel clima di rinnovamento e di spinta all’ “aggiornamento” (era questo il termine tecnico che si sentiva ripetere ovunque) che investì tutte le strutture ecclesiastiche, che si cominciò a parlare di nuove iniziative dirette agli studiosi cattolici di storia della Chiesa, e in particolare ai professori che la insegnavano nei seminari e negli studentati degli istituti religiosi, con l’appoggio della Congregazione dei seminari, e nella prospettiva dell’applicazione del decreto conciliare Optatam totius sulla formazione del clero. Il primo progetto fu quello di organizzare appunto corsi di aggiornamento diretti in modo specifico e mirato a questa categoria di professori, che erano invitati a frequentare corsi e convegni di storia della Chiesa in genere, come quelli organizzati dall’Università Cattolica a La Mendola, ma spesso non sentivano affatto l’esigenza di aggiornarsi[4]. L’idea venne proprio da un membro del Consiglio di Redazione della Rivista, don Pietro Zerbi, professore alla Cattolica e direttamente coinvolto nella preparazione dei corsi de La Mendola. Preoccupato della situazione culturale dei seminari e soprattutto della marginalizzazione della storia negli studi teologici, egli coinvolse in primo luogo il direttore della Rivista Michele Maccarrone. Contemporaneamente anche un professore del seminario regionale di Bologna, don Giandomenico Gordini, si rivolgeva a Maccarrone esprimendo preoccupazioni simili e chiedendo che la Rivista si facesse carico della pubblicazione di rassegne mirate all’aggiornamento degli insegnanti di storia nei seminari, segnalando i libri utili per loro e per le biblioteche dei seminari, che considerava povere e “scarse per nuovi acquisti”. Così il direttore della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» si venne a trovare al centro del dibattito e della realizzazione di iniziative per l’aggiornamento dei professori di storia della Chiesa. È vero che allora Maccarrone ricopriva diversi ruoli, oltre che insegnare storia della Chiesa all’Università Lateranense, era già il Presidente del Pontificio Comitato di Scienze storiche (1963-89)[5], ma come direttore della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» era il più indicato per tenere le fila del discorso e garantire la pubblicità e la scientificità delle iniziative. Maccarrone a sua volta consultò altri professori di istituzioni ecclesiastiche (Università Gregoriana, seminari di Milano e di Bologna…) e di università statali (ecclesiastici e laici) e organizzò riunioni. Il fatto di essere a Roma facilitava la sua funzione di trait-d’union, perché Roma era più adatta di Milano a far convergere studiosi, che frequentavano tutti, più o meno frequentemente, la Biblioteca Vaticana. Mentre si tenevano presenti le esigenze espresse da Gordini, invitandolo a preparare un contributo da pubblicare sulla Rivista sul tema che gli stava a cuore, l’idea di Zerbi si consolidò e nel corso del 1966 il primo convegno di aggiornamento prese forma. Nei carteggi di Maccarrone, rimane traccia dell’organizzazione delle riunioni, ma poco delle discussioni, non essendosi trovati i verbali di quegli incontri, si ricavano dalle lettere solo pochi nomi dei partecipanti (si parla del prof. Franco Bolgiani dell’Università di Torino e del prof. Paolo Brezzi dell’Università di Roma). Zerbi e Maccarrone discussero sui nomi dei professori laici da invitare per il comitato scientifico del convegno. Tra i professori laici il direttore della Rivista propose il nome dei professori laici Giuseppe Alberigo e Paolo Sambin, mentre il professore della Cattolica. proponeva altri professori, come Alberto Vecchi e Raffaele Belvederi. Il direttore inoltre pensava non fosse il caso di coinvolgere studiosi non italiani, come il P. Friedrich Kempf della Gregoriana, ma certo l’Università dei Gesuiti, sede dell’unica facoltà pontificia di Storia ecclesiastica, era la prima istituzione da coinvolgere e così entrò nel comitato P. Vincenzo Monachino, con l’intenzione di dargli “una posizione di rilievo”, invece dell’anziano P. Pietro Pirri che faceva parte della redazione della Rivista e sarebbe morto nel 1969.

Nel carteggio, già alla fine del 1966, oltre che del convegno si comincia a parlare di “dialogo con i professori di storia ecclesiastica dei seminari e degli istituti religiosi” e di un’inchiesta, proposta da Bolgiani, per capire la situazione dell’insegnamento della storia nei singoli seminari. Maccarrone si dimostrava contrario all’iniziativa perché riteneva già noto come “le condizioni dei professori di storia ecclesiastica in Italia siano assai basse per non dire disastrose” e il questionario non avrebbe potuto far altro che confermarle: meglio procedere con proposte in positivo come i corsi di aggiornamento, e promuovere invece un’inchiesta sui manuali.

In questa stessa occasione Maccarrone parla anche per la prima volta di una eventuale “società come c’è in Francia”. Evidentemente nelle riunioni l’idea era emersa e se ne cominciava a discutere, tanto che nel giugno 1967 una “associazione italiana di storia ecclesiastica” entra nell’ordine del giorno della riunione del consiglio di redazione della Rivista.

Ricostruendo a ritroso le vicende, da una successiva lettera di Maccarrone a Zerbi sembra che la proposta venisse da mons. Carlo Colombo, del seminario di Venegono, ma che “il vero autore” fosse don Antonio Rimoldi, professore di storia della Chiesa nello stesso seminario, il quale auspicava “un’associazione di studiosi italiani di storia della Chiesa”.

Questa proposta sembra avesse allarmato il direttore della Rivista. Già in una precedente lettera a Bolgiani Maccarrone aveva espresso la sua contrarietà definendola “un organo burocratico, pesante e inefficiente” e alla riunione del giugno 1967 ribadì le sue perplessità confermate da quelle di altri membri del consiglio, come mons. Hubert Jedin e mons. Martino Giusti, i quali pensavano che un’associazione di studiosi di storia della Chiesa avrebbe necessariamente dovuto accogliere anche i professori delle Università statali, che erano ovviamente di diversi orientamenti ideologici e religiosi e avrebbero creato una situazione che a molti sembrava imbarazzante e “pericolosa”.

Si aveva quindi in mente un’istituzione scientifica che avesse come scopo la promozione la ricerca scientifica nel campo della storia della Chiesa, sulla linea di quella prospettata da Guerrini nel 1938, e davanti a questa proposta prevalevano le perplessità che ne avevano sconsigliato la fondazione quasi 30 anni prima.

Non era però l’unico modo di pensare a un’associazione di studiosi di storia della Chiesa. Nello stesso verbale appare che Zerbi, seguendo l’idea di Rimoldi, la vedeva in pratica come un’associazione professionale di categoria, sezione di una società dei teologi, divisa per specializzazioni. E questa forma sembra riscuotesse anche l’approvazione di Maccarrone: un’associazione di professori (e non più di studiosi) “da riunirsi in occasione delle settimane di aggiornamento”.

Il direttore della Rivista vedeva con maggior favore il sorgere di centri regionali o locali di studi e ricerche, che con maggiore concretezza e semplicità avrebbero potuto portare avanti gli studi di storia della Chiesa valorizzando l’immenso patrimonio degli archivi ecclesiastici locali, in gran parte ancora inesplorati, sulla linea dei centri di Bologna diretto da Alberigo, di Genova (1962), di Padova (1966), di Salerno diretto da De Rosa e di Ravenna, sorti o che stavano sorgendo in quegli stessi anni.

Per dirimere la questione e superare le perplessità fu decisivo il convegno: il primo convegno di aggiornamento dei professori di storia della Chiesa che si aprì il 28 agosto 1967, con il sostegno finanziario e logistico della Cattolica, proprietaria del centro convegni de La Mendola, con l’appoggio della Congregazione dei seminari e delle università degli studi – anche se il cardinale prefetto, invitato a tenere la prolusione, non poté partecipare – e con il supporto scientifico, oltre che della Cattolica, della Gregoriana e della Lateranense, nonché dei principali centri di studi teologici dell’Italia settentrionale (soprattutto Milano e Bologna).

L’idea di dedicare il convegno ai primi secoli cristiani indicava già dall’inizio l’intenzione di organizzare non uno ma una serie di corsi che coprissero tutto l’arco cronologico della storia della Chiesa, fino al Novecento, con cadenza periodica, come poi infatti avvenne fino al 1985, costituendo così un’occasione di formazione permanente dei professori di storia dei seminari.

La continuità da dare ai convegni portava a pensare facilmente a un organismo che se ne occupasse e che quindi avesse come scopo specifico di riunire i professori dando loro modo di aggiornarsi, riunirsi, discutere tra loro e confrontarsi anche con altri studiosi, stimolandoli a non limitarsi all’insegnamento, ma a cimentarsi con la ricerca scientifica e la documentazione di prima mano.

I partecipanti al convegno de La Mendola si espressero quindi favorevolmente per un’associazione, per così dire, professionale, sulla linea di quella proposta da Rimoldi e precisata da Zerbi. Cadevano così anche le perplessità di Maccarrone, che ancora una volta si dimostrò membro attivo nella concretizzazione dell’iniziativa. Pur esprimendosi in toni molto cauti, era convinto che “si dovesse fare qualcosa, altrimenti l’iniziativa sarebbe stata presa da altri”. Fu infatti eletto nella commissione che doveva prepararne lo Statuto e insieme il successivo convegno, con Zerbi e Brezzi, membri del consiglio della Rivista, con Rimoldi, Gordini, Monachino, in rappresentanza delle altre istituzioni promotrici, e con P. Ilarino da Milano, cappuccino professore in un’università pubblica.

I rapporti di collaborazione

Se si considera il 1967 come l’anno di origine dell’Associazione , è da quella data che possiamo considerare aperta la seconda fase, quella dei rapporti di collaborazione tra le due istituzioni, distinte, ma con molti personaggi in comune e con un bacino di utenza pure in parte comune.

Nella bozza di Statuto, elaborata dalla commissione preparatoria che porta la data dell’11 marzo 1968, il legame con la Rivista appare particolarmente accentuato. Alla fine dell’art. 3 si dice:

“L’Associazione intratterrà rapporti speciali con la «Rivista di storia della Chiesa in Italia», cui si darà un particolare appoggio”[6]. Inoltre all’art. 4. comma b) si affermava che le informazioni sulle iniziative e attività dell’Associazione sarebbero state date anche tramite la cronaca della Rivista[7]. Evidentemente i tre membri del suo consiglio, presenti nella commissione preparatoria, avevano un certo peso nelle decisioni, anche se Brezzi avanzò ben presto la proposta di dimettersi, forse perchè nella bozza non si prevedeva l’iscrizione di professori laici, e se si contava molto sull’apporto fattivo di Rimoldi.

Nello Statuto provvisorio approvato al 2° corso a La Mendola, che segna l’inizio ufficiale dell’Associazione i “rapporti speciali” venivano un po’ ridimensionati, sostituiti da un comma in cui si parlava di semplici “rapporti di collaborazione” [8], dicitura passata poi negli Statuti successivi[9] e presente tuttora, mentre restava il comma sulle informazioni da pubblicare e si apriva l’Associazione ai laici.

Resta allora da verificare se effettivamente in questo lungo arco di tempo che va dal 1970 ad oggi si è realizzata la collaborazione auspicata nello Statuto. Qui posso solo dare delle indicazioni basate su dati tratti dalla Rivista, dal Notiziario e in parte dai verbali delle riunioni dei rispettivi consigli della Rivista e dell’Associazione.

Finora si è messo in luce soprattutto il ruolo di figure significative che furono attive nella nascita dell’Associazione, ma la presenza di persone  impegnate in entrambi le istituzioni, come gli ampiamente citati Maccarrone e Zerbi, continuò. I due studiosi furono eletti anche nel primo consiglio di presidenza dell’Associazione nominato il 31 agosto 1970. Maccarrone divenne il primo presidente della neonata Associazione (1970-1976) e ne prese a cuore le sorti convinto che essa “pur modesta”, potesse dare un suo contributo alla formazione dei professori di seminario. Zerbi, che già aveva ventilato precedentemente le dimissioni, lasciò dopo il primo triennio, mentre Maccarrone restava nel consiglio anche dopo il 1976, fino al 1982. Intanto altri membri della redazione entravano nel consiglio: P. Alessandro M. Galuzzi (1985-1988) e Maria Lupi (1993-2000), ma soprattutto P. Giacomo Martina consigliere dal 1973 al 1979 e dal 1982 in poi, fino a quando nel 1993 divenne presidente (1993-2000).

Un numero notevole di soci inoltre compare tra gli autori della Rivista e tra i collaboratori della bibliografia, impegno sempre auspicato da Maccarrone, come si legge nei verbali dell’Associazione. Non ho potuto invece verificare in che misura i soci mandassero o mandino le loro pubblicazioni alla Rivista, come pure era auspicato.

La collaborazione principale però doveva riguardare lo scambio di notizie. In questo la diffusione della Rivista anche all’estero garantiva una visibilità notevole alle iniziative dell’Associazione.

Nel 1971 l’Associazione viene presentata sulla Rivista da un articolo di p. Alessandro Galuzzi che pubblica anche lo Statuto approvato a La Mendola in via provvisoria[10]. Già dal primo convegno era apparso il programma sulla Rivista e così continuò fino al 1982. Uscito Maccarrone dal consiglio direttivo, cessano gli annunci. Non si sa con certezza, ma è presumibile, che ci sia un nesso tra i due eventi, e la prassi fu poi ratificata dal nuovo Statuto del 1988, dove sparirà il comma che prevedeva la diffusione di notizie tramite la Rivista[11].

Anche l’impegno a pubblicare una cronaca dei convegni appare maggiore nei primi anni. È costante dal primo convegno del 1967 fino a quello del 1976[12], poi diviene saltuario e appare soltanto per i convegni del 1988 e del 1994[13].

Un andamento contrario invece assume la pubblicazione di recensioni degli atti dei convegni. Stranamente i primi volumi non furono recensiti. Del convegno di Viterbo del 1973, Niero presenta singolarmente solo i testi pubblicati nel «Notiziario» n. 4 dell’Associazione, cioè quelli metodologici[14]. La prima vera recensione ad opera di Penco riguarda gli atti del convegno di Napoli del 1976[15]; poi altri dodici anni di silenzio, finché dal convegno del 1985 troviamo nella Rivista recensioni a tutti i volumi di atti usciti, fino a quello del 1994[16], e rassegne molto ampie, dedicate agli atti dei convegni del 1997 e del 2003[17].

Viceversa l’Associazione era impegnata a supportare le iniziative della Rivista. Notizie e cronache dei convegni organizzati dal periodico di Maccarrone nel 1971 (La Mendola), 1977 (Torreglia) e 1981 (Firenze) compaiono nel «Notiziario», ma soprattutto è interessante che per il convegno del 1971 l’Associazione metta a disposizione per i soci sei borse di studio[18]. Siamo sempre nel periodo in cui Maccarrone era membro del consiglio. Uscito di scena lui, risulta un calo di interesse reciproco, che si attenua solo negli anni ’90 con il rinnovo della proposta di collaborazione che viene reiterato all’interno del consiglio direttivo dell’associazione come appare dai verbali[19]. Ma allora presidente (P. Giacomo Martina) e segretario (Maria Lupi) erano entrambi membri del consiglio di redazione della Rivista.

Dal 2000 si interrompe il legame, per così dire fisico, tra l’associazione e la Rivista, da quella data infatti nessun membro del Consiglio direttivo della Rivista sarà più eletto nel Consiglio dell’Associazione. Le due istituzioni sembrano aver preso strade diverse. La Rivista sta diventando sempre più “laica” e redatta da professori delle Università pubbliche, mentre l’Associazione è tornata ad essere retta da un consiglio formato esclusivamente da ecclesiastici, come alle origini, e senza più nessun rappresentante di Università pubbliche. Sono scelte diverse, ma ciò non toglie che la collaborazione possa continuare, come dimostra il fatto che nel fascicolo della Rivista che sta per uscire viene pubblicata la relazione che Giuseppe Battelli tenne al Forum dell’Associazione del 2005[20] e come conferma l’inserimento della mia relazione nel Forum del 2007, senza dimentica la collaborazione di diversi soci alla Rivista, con recensioni e articoli, e quella di alcuni membri del Consiglio di redazione alle iniziative editoriali dell’Associazione, prima al Dizionario storico delle diocesi italiane, poi al Dizionario storico della Chiesa italiana.

 

[1] I documenti dell’Archivio, soprattutto i carteggi, non sono citati con indicazioni precise per motivi di riservatezza e delicatezza nei confronti degli autori viventi.

[2] Su questo tema e in genere sui periodici italiani di storia della Chiesa e del Cristianesimo, cfr. il mio saggio: M. Lupi,  Italian Historical Periodicals on the Church and Christianity since the End of th Second  World War, in Religious Studies in the 20th Century. A Survey on Disciplines, Cultures and Questions. Proceedings of the Assisi Conference, December 11-13 2003, edd. M. Faggioli – A. Melloni, Münster, LIT Verlag, 2006 (Christianity and history, 2), 273-305. Nel saggio è indicata anche la bibliografia precedente sull’argomento.

[3] P. Vian, Le origini e il programma della «Rivista di storia della Chiesa in Italia» (1938-1947), in Cinquant’anni di vita della «Rivista di storia della Chiesa in Italia». Atti del convegno di studio (Roma, 8-10 Settembre 1999), a cura di P. Zerbi, Roma, Herder, 2003 (Italia sacra, 71), 15-99

[4] Il contesto dei corsi di aggiornamento, in cui maturò l’iniziativa, è richiamato da P. Vincenzo Monachino, allora presidente dell’Associazione, nella Presentazione del volumetto: Associazione italiana dei professori di storia della chiesa, Vent’anni di attività, a cura di A: Albertazzi, Castelbolognese, Grafica Artigiana, 1988, 7-9.

[5] L.M. de Palma, Chiesa e ricerca storica. Vita e attività del Pontificio Comitato di Scienze Storiche (1954-1989), Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2005 (Atti e documenti, 20), 135-170.

[6] La bozza è pubblicata nel citato volumetto Vent’anni di attività, a cura di Albertazzi, 27-28, citazione a p. 27.

[7] Ibidem, 28.

[8] Lo Statuto provvisorio del 3 settembre 1970 è pubblicato nello stesso volumetto, 29-30. La citazione è a p. 29.

[9] Lo Statuto definitivo fu approvato il 30 agosto 1973. È pubblicato nel volumetto curato da Albertazzi, alle pp. 31-32. Come si vedrà successivamente, lo Statuto attuale è stato approvato nel 1988.

[10] A.M. Galuzzi,  Associazione italiana dei professori di storia della Chiesa, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 25/1 (1971), 286-288.

[11] Lo Statuto attuale, approvato il 14 settembre 1988, è pubblicato nell’opuscolo Associazione italiana dei professori di Storia della Chiesa, Statuto e indirizzario dei soci, Roma 2007, 17-19.

[12] F. Molinari, Il primo corso di aggiornamento per professori di storia ecclesiastica dei seminari d’Italia, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 21/2 (1967), 600-603; .A. Ambrosioni, La Chiesa nell’Alto Medioevo, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 25/1 (1971), 289-298 (che si segnala particolarmente per lo spessore critico); A.M. Galuzzi, Problemi di storia della Chiesa nel Medioevo nei secc. XII-XV – Terzo corso di aggiornamento), in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 27/2 (1973), 615-619; M. A. Tallarico, Convegno dell’Associazione italiana dei professori di storia della Chiesa: “I problemi di storia della Chiesa nei secc. XV-XVII”, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 30/2 (1976), 645-649.

[13] Santità e agiografia. VIII convegno dei Professori di storia della Chiesa, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 43/1 (1989), 269-271; M. Lupi, La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento tra Cinque e Settecento, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 48/2 (1994), 582-585.

[14] A. Niero, Terzo corso di aggiornamento professori di storia della Chiesa … Problemi didattici, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 29/1 (1975), 266-267.

[15] G. Penco, Problemi di storia della Chiesa nei secoli XV-XVII, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 34/1 (1980), 240-242.

[16] G. Boccadamo, Problemi di storia della Chiesa dal Vaticano I al Vaticano II, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 43/1 (1989), 266-268; P. Golinelli, Santità e agiografia. Atti dell’VIII congresso di Terni, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 46/1 (1992), 262-266; R. Chiacchella, Ricerca storica e Chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive,  in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 50/1 (1996), 182-183; P. Vismara, La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento tra Cinquecento e Settecento, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 53/2 (1999), 565-569.

[17] L. Paolini – M. Tagliaferri – G. Battelli, I grandi problemi della storiografia civile e religiosa, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 54/1 (2000), pp. 187-204; S. Negruzzo, Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 58/2 (2004), 564-580.

[18] «Notiziario» 1 (1971), 25.

[19] Cfr. i verbali delle riunioni del Consiglio direttivo del 17 novembre 1997, 18 marzo 1998, 2 dicembre 1999.

[20] G. Battelli, La recente storiografia sulla Chiesa in Italia nell’età contemporanea. Una panoramica e alcune considerazioni, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» 61/2 (2007), 463-500.

 

LA VALORIZZAZIONE DELLA CONOSCENZA DEI BENI CULTURALI NELL’INSEGNAMENTO DI STORIA DELLA CHIESA

Roberto Regoli

Introduzione

Quand’ero studente universitario di filosofia rimasi colpito da una frase di un mio professore, il padre gesuita tedesco Carlo Huber: «La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni». Credo che tale espressione potrebbe essere il sottotitolo del presente contributo, anche tenendo presente quanto si disse, e poi scrisse, al 2° Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa nel 2002 e poi ripreso nel 2003[1].

L’intervento è suddiviso in due parti principali. La prima, di natura teorica-introduttiva e di carattere generale, indicherà i motivi della valorizzazione dei beni culturali nell’insegnamento della storia della Chiesa. La seconda, di carattere pratico, mostrerà una realizzazione di detta valorizzazione in una nuova forma istituzionale. Nella conclusione verranno presentate le difficoltà inerenti a questo nuovo percorso e alcuni possibili passi in avanti da compiere nel prossimo futuro.

Situazione attuale

L’auspicato stretto rapporto tra i beni culturali e la storia, intesa come insegnamento, è rimasto per lo più a livello di intenzioni, cioè di semplici buoni propositi. I due campi sono concretamente lontani, nonostante i tentativi di avvicinarli vengano altrettanto da lontano (ne parlava già Bloch nel 1949)[2]. Negli ultimi anni sono stati compiuti dei passi in avanti ma lento pede. Lo storico non è ancora pienamente coinvolto nella gestione dei beni culturali o nella loro valorizzazione, qui intesa come fruizione (popolare). Non bisogna meravigliarsi di questa situazione perché proprio le direttive della Conferenza Episcopale Italiana, risalenti al 1998, non considerano il ruolo dello storico[3]: indicano diversi operatori culturali (archivisti, bibliotecari, direttori di museo, liturgisti e storici dell’arte) nel settore dei beni mobili ed immobili, ma non gli storici o gli storici della Chiesa propriamente detti, che per contro hanno le chiavi di lettura per la comprensione di questo immenso patrimonio, per non volerlo ridurre alla sola ermeneutica tecnico-descrittiva. Per quanto riguarda la gestione dei beni ecclesiali, basta soffermarsi sull’elenco dei componenti degli uffici per i beni culturali delle diocesi italiane per avere un’idea più chiara. Se guardiamo al caso di Roma, ci si trova in una situazione del tutto singolare: detto ufficio risulta una sezione del più ampio Ufficio Amministrativo e tra i suoi componenti non troviamo alcuno storico. Inoltre, la struttura burocratica è indice di mentalità e considerare i beni culturali legati all’amministrazione significa privarli di un orizzonte veramente culturale. Dietro questa scelta organizzativa si intravede ovviamente una visione pragmatica e funzionale, riconducibile al reperimento e alla gestione dei fondi per i restauri e la conservazione del patrimonio; fondi che non sono mai sufficienti. Inoltre, nella stessa diocesi esiste la Commissione Diocesana di Arte Sacra, tra i cui membri non figura alcuno storico. Esistono anche casi d’altro genere, ma poco significativi, come, ad esempio, nella piccola diocesi pugliese di Lucera-Troia, dove un membro dell’ufficio è uno storico e allo stesso tempo ha titoli di studio relativi ai beni culturali della Chiesa. In questo contesto di interdisciplinarità, pochi anni fa Tanzarella sottolineava la mancata lettura storica dei beni culturali da parte degli storici dell’arte, piuttosto fermi all’aspetto formale dei beni e non tanto a quello sostanziale (contenutistico), e il disinteresse pratico degli storici per il più vasto patrimonio culturale[4]. Il rapporto tra storia e discipline dell’ambito dei beni culturali è un tema sempre più attuale[5].

Le buone intenzioni espresse nel Forum del 2002 a che cosa hanno portato? Sono stati compiuti sicuramente dei passi in avanti riguardo ad una più stretta collaborazione tra storici ed operatori nel campo dei beni culturali, ma ciò è avvenuto senza un chiaro o per lo meno dichiarato progetto. Il più significativo e rilevante passo in avanti compiuto è stata la fusione, interna alla Pontificia Università Gregoriana, della Facoltà di Storia Ecclesiastica (fondata nel 1932, sotto la guida di Pedro de Leturia SJ, primo decano) e del Corso Superiore in Beni Culturali della Chiesa[6] (istituito nel 1991, sotto la direzione di Marcel Chappin SJ) che ha dato vita alla nuova Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa a partire dal 2005 (sotto la guida di Marek Inglot SJ, decano, e grazie all’apporto determinante di Jos Janssens SJ, direttore del Dipartimento di Beni Culturali).

Per quanto riguarda l’insegnamento di Storia della Chiesa in Italia sono percorribili due itinerari, non sempre convergenti: uno interno alle istituzioni ecclesiastiche, cioè riguardante istituzioni quali seminari, centri di studio, facoltà (per lo più di teologia) e università ecclesiastiche, l’altro interno all’insegnamento universitario statale e non statale e dunque presente nelle diverse facoltà di Lettere, Lettere e Filosofia, Scienze Umanistiche, Storia, Scienze Storiche, ecc. Anche in questi due percorsi di insegnamento andrebbe verificata la valorizzazione dei beni culturali. Ciò, però, è assai difficile da compiere perché andrebbero presi in considerazione i singoli corsi, dipendenti dalla creatività e capacità del singolo docente. Non potendosi giudicare le persone, non si intraprende questo percorso. Pertanto il presente intervento avrà un taglio piuttosto generalista e legato alle realtà istituzionali.

Cambiando il punto di osservazione, andrebbe allo stesso tempo considerata la valorizzazione delle conoscenze storiche nelle materie di insegnamento relative ai beni culturali. Non possiamo neppure qui compiere questo passo perché non riguarda il tema in oggetto, né i fini del presente Forum. Doveva, comunque, essere indicata questa ulteriore possibilità di investigazione per ragioni di esaustività e per mostrare un percorso complementare. In questo contesto si può affermare che attualmente ci si trova in una primavera per gli studi legati al patrimonio culturale. A livello italiano è stata l’Università della Tuscia (nel 1990) ad aprire il sentiero[7] e a livello ecclesiale l’Università Gregoriana (come già affermato, nel 1991 con il Corso Superiore per gli Operatori dei Beni Culturali della Chiesa), che successivamente venne imitata da numerosi altri centri di studio diffusi nel mondo[8].

Definizione di ‘bene culturale’

Per procedere con sicurezza e speditezza, è necessario operare delle chiarificazioni terminologiche. I ‘beni culturali’ sono l’espressione dell’identità di una persona, un gruppo e una comunità. Conoscerli e valorizzarli significa comprendere l’identità di un gruppo, facendola apprezzare e dunque vivere. A volte, però, si tratta di un patrimonio funzionale, che viene usato per veicolare una certa immagine o idea. Così può accadere che per motivi funzionali venga “creato” un patrimonio culturale nazionale per favorire una particolare identità di una nazione[9]. In definitiva, per ‘bene culturale’ si intendono, almeno in Italia a partire dalla fine degli anni ’60 dello scorso secolo, le opere d’arte, le testimonianze storiche, culturali (comprendendovi la cultura materiale e le tradizioni orali, quali la musica, la narrativa e i dialetti), sociali, tecnico-scientifiche e di costume (includendovi anche il folklore, i rituali e gli eventi festivi)[10], che hanno permesso lungo i secoli la crescita umana attraverso un processo di trasformazione dell’ambiente, realizzato proprio da parte dell’uomo[11].

I beni culturali ecclesiali

All’interno del più vasto patrimonio culturale dell’umanità, sono situati i beni culturali ecclesiali, che qui vengono presi propriamente in considerazione. Bisogna subito evidenziare che detto patrimonio è espressione della fede della comunità credente, che mediante il bene culturale si trasmette e comunica[12]. Per tale motivo, esso non è un patrimonio semplicemente funzionale, ma anche essenziale, poiché l’identità e la fedeltà alle origini «sono una questione di verità e vita»[13]. Ad esempio, possedere i libri canonici (i testi affidabili delle Sacre Scritture) «è il criterio dell’ortodossia e grande cura viene data alla loro moltiplicazione e conservazione. La Chiesa si nutre della parola e questo spinge a commenti e studi. La Bibbia genera biblioteche»[14]. Si tratta di un patrimonio popolare, non élitario, rivolto a tutti (colti e indotti, bambini e anziani, uomini e donne) e che si realizza e accumula grazie al contributo di tutti (non è da dimenticare l’obolo del contadino per il proprio edificio di culto, considerato casa di Dio, luogo dello sviluppo dell’identità personale e locale), tanto è vero che non si limita alla forma estetica, in quanto include anche ciò che non sono capolavori (arte popolare ed oggetti e tradizioni, che sono piuttosto di tipo documentario)[15]. La vita di fede influisce sullo sviluppo del patrimonio culturale, che a sua volta nutre la fede e le devozioni dei cristiani[16].

Il patrimonio culturale della Chiesa è composto da un insieme variegato, difficilmente sintetizzabile: edifici (chiese, monasteri, conventi, ospedali, scuole, edicole); parchi, cimiteri (catacombe e non solo), santuari; monumenti (statue, rilievi, mosaici, affreschi, quadri, icone, smalti, disegni, miniature, illustrazioni, vetrate); arredo liturgico (altari, cattedre, amboni, pulpiti, stalli; cancelli, iconostasi, paliotti; tappeti, vesti, drapperie, arazzi, ricami, merletti, tovaglie); campane, organi; suppellettile liturgica (calici, patene, pissidi, ostensori, brocche, anelli, mitrie, tiare, croci pettorali, pastorali, croci processionali e altre; lampade, candelabri, candelieri; ex-voto); testi (libri, documenti, manoscritti, opere letterarie e teatrali); gesti, processioni; riti, liturgie; musica[17]… Per la storia contemporanea, inoltre, non bisogna dimenticare le fotografie, i film, i documentari, i video in genere.

I beni culturali ecclesiali, dunque, risultano essere dei beni che sono stati prodotti per esprimere la catechesi, la liturgia, l’istruzione e la carità della Chiesa[18], sia come istituzione (a livello di committenza), sia come opera dei suoi singoli membri. Per questi beni hanno lavorato anche uomini acattolici, non cristiani o non credenti in genere (si può citare la realizzazione della chiesa simbolo del grande Giubileo dell’anno 2000, cioè l’edificio della parrocchia “Dio Padre Misericordioso”, progettato dall’architetto Richard Meier, nel quartiere romano di Tor Tre Teste).

Perché valorizzare i beni culturali nell’insegnamento della storia della Chiesa

La prima motivazione è molto semplice e addirittura tautologica: non tutto risulta da testi scritti e dunque c’è la necessità di considerare altre fonti (come ad esempio quelle artistiche)[19]. Sviluppiamo questa considerazione.

Esistono diversi generi di fonti

La scienza storica si basa sulla ricerca delle fonti che possano metterla in un corretto rapporto con il passato al fine di poterlo interpretare per capirne i protagonisti di allora (uomini e donne) e l’oggi in cui vive lo storico, che è anche il risultato del passato.

Le fonti sono innumerevoli e di diverso genere. Col procedere del tempo sempre più ci si è resi conto della varietà delle testimonianze del passato. Non si guarda solo ai documenti, ma anche ai monumenti e per alcune regioni del globo (quali il Canada o il continente africano) non si possono non prendere in considerazione le tradizioni orali.

L’analisi storiografica un processo in fieri

Nella storiografia generale è già in corso da circa un secolo un’impostazione nuova (a partire dalla scuola degli Annales, dopo il 1920, e grazie all’influsso delle scienze sociali), che non vuole limitarsi a considerare le sole fonti letterarie tradizionali (documenti di tipo giuridico-amministrativo, politico-diplomatico o legislativo), ma che intende tenere molto più conto delle informazioni che si trovano in altro genere di fonti. Così si considerano altre fonti letterarie (testamenti, testi notarili, libri di conti, registri parrocchiali, statistiche elettorali, censimenti, ecc.) e nuovi generi (monumenti, tradizioni orali[20], topografia, geologia, chimica, ecc.). Non si vogliono qui presentare le ragioni di questa nuova sensibilità[21], volendo semplicemente segnalare il fatto. In tal modo vengono affrontate nuove tematiche, che prendono forma nella storia economica e sociale (quali la demografia statistica, le strutture familiari, le abitazioni, l’urbanistica, il vitto abituale, l’abbigliamento e la moda, il lavoro e i metodi di lavoro, i sistemi carcerari, le feste e gli spettacoli, ecc.). Inoltre c’è l’apertura all’etnologia e all’antropologia  (che valorizzano le culture popolari e materiali) per poi approdare alla corrente della microstoria. In Italia diversi temi di ricerca sono suggeriti dal contesto politico ed economico: storia delle forze politiche, storia del sindacato, riflessione sui caratteri del boom economico degli anni 1950-1960. Notevole risulta essere il  contributo dell’antropologia allo sviluppo della storia culturale, in se stessa e nel suo contributo alla storia economica, delle dottrine politiche, del cristianesimo e in esso delle forme di pietà. Più recenti sono gli studi sul genere, gender studies, che in Italia risultano meno politicizzati rispetto a quelli del mondo anglosassone, e gli studi sul giudaismo. Il patrimonio culturale rientra nel nuovo genere di fonti prese appunto in considerazione all’interno della storia culturale: quest’ultima inclusione è avvenuta in tempi relativamente recenti.

Nella storiografia riguardante la Chiesa avviene un processo simile. Ciò è dovuto ad una nuova sensibilità teologica: grazie all’ecclesiologia del Concilio Ecumenico Vaticano II viene data più attenzione al Popolo di Dio nella diversità delle sue componenti e pertanto nella ricerca storica c’è maggiore attenzione alla pietà popolare, alle chiese locali, al fenomeno dei concili e dei sinodi, alle visite pastorali, ecc. Inoltre, tale storiografia è sempre meno una disciplina di sacrestia e sempre più si confronta con tutte le problematiche della storiografia generale, di cui essa è parte, evitando così il rischio di cadere nell’apologetica. Dunque, a causa di dinamiche ecclesiali (Vaticano II) e del confronto con l’esterno, la storiografia ecclesiale si apre alle nuove fonti. Allora vengono presi in considerazione i documenti finanziari, i libri di devozione, i manuali di teologia, i rapporti sulle visite pastorali, ecc. che permettono di scrivere storie sul vissuto religioso del popolo cristiano. L’influsso degli studi di genere porta a riconsiderare il ruolo della donna nella Chiesa e prendono corpo studi sulla vita religiosa femminile[22]. Il dramma della Shoah invita a riconsiderare storicamente i rapporti giudeo-cristiani e così si moltiplica una letteratura storiografica ad essi relativa. Ma anche qui ciò non basta e così ci si apre alla storia culturale e recentemente al patrimonio dei beni culturali della vita ecclesiale. Trattando di questi ultimi, Ugo Dovere, nel 2002,  li considerava «come una nuova e particolare opportunità per rileggere e insegnare la Storia della Chiesa»[23]. Ciò è dovuto al fatto che nelle facoltà o corsi di laurea in conservazione dei Beni Culturali sorti negli ultimi anni si sono aperti «nuovi spazi di presenza didattica»[24] per la storia della Chiesa (che nel percorso universitario viene anche denominata storia del cristianesimo o delle istituzioni ecclesiastiche) e al fatto che a livello ecclesiale è cresciuta la sensibilità relativa «alle tematiche connesse alla conservazione e alla valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici»[25]. In quest’ultimo settore vanno riconosciuti i meriti della Conferenza Episcopale Italiana che ha dato, a partire dal 1992, degli specifici orientamenti operativi[26] e alla costituzione ed attività della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa che, sempre nel 1992 (15 ottobre), tramite una sua circolare, incoraggiava a «trattare più ampiamente possibile delle questioni inerenti i beni culturali nell’ambito della liturgia, delle biblioteche e, specificamente, all’interno delle discipline storiche e canoniche»[27]. L’allora presidente di detta Commissione, l’attuale cardinale Marchisano, insisteva nel 2002 a far sì che nei corsi di storia della Chiesa venisse preso in considerazione il patrimonio storico-artistico nella sua funzione ed ispirazione cristiane[28]. Molte conferenze episcopali introdussero così «nelle loro Ratio studiorum indicazioni precise al riguardo»[29]. Fino ad oggi, però, non se ne conoscono adeguatamente le ricadute pratiche.

I beni culturali come fonte storica

Il patrimonio culturale è una fonte significativa per lo storiografo, in quanto rappresenta un’ulteriore occasione per incontrare il passato[30]. Come fonte può «entrare in un discorso storico per illustrare aspetti particolari di un problema»[31] (si fa riferimento all’uso delle iscrizioni ed immagini paleocristiane per la storia della teologia dogmatica), ma molto più è adatta a illustrare la storia della mentalità, della spiritualità, della devozione e della pietà. È assai interessante in quanto è utilizzabile secondo le diverse esigenze e tendenze storiografiche. Si vengono infatti a trovare fonti più adatte per una storia della mentalità (i cataloghi delle biblioteche aperte al pubblico, ad esempio) e altre per il genere biografico (lo studio della ritrattistica, ad esempio) e così via. Si intende qui presentare alcune esemplificazioni di beni culturali come fonti, indicandone l’uso per la ricerca storica.

L’archivio, al di là delle carte in esso contenute,  può dirci qualcosa sulla vitalità dell’istituzione (diocesi, monastero, curia, istituto religioso…), grazie alla sua presenza o assenza, al suo stato di conservazione, al tipo di documenti custoditi[32].

La presenza «di una biblioteca o biblioteche ecclesiali e il loro stato di conservazione ci dicono qualcosa sulla dimensione intellettuale del clero e dei laici. Altre informazioni proverranno da uno studio del contenuto di queste biblioteche […] Un registro che ci informa sul prestito dei libri sarà un vero tesoro per le nostre conoscenze»[33]. In genere, in Italia, gli studi sulle raccolte librarie hanno una tradizione consolidata in relazione alle biblioteche di «letterati, filosofi o scienziati o anche di personaggi in vista della vita politica nazionale al fine di illuminare con maggiore chiarezza percorsi culturali, verificare influssi, condizionamenti o debiti intellettuali, motivare preferenze ideologiche e scelte di campo»[34]. Questo percorso di ricerca non è stato purtroppo ancora valorizzato per tutti i diversi periodi storici. Risulta ancora troppo trascurato per l’epoca napoleonica e della Restaurazione[35], particolarmente in relazione alla storia della Chiesa e degli uomini di Chiesa. Più esattamente si hanno degli studi limitati alle biblioteche papali di Pio VII[36], Pio VIII[37] e  (vengono qui citati anche per dovere di completezza, in quanto relativi al periodo immediatamente precedente e dunque illuminante quello successivo)  di Pio VI[38]. Non mancano, comunque, anche alcuni lavori isolati su biblioteche di ecclesiastici[39]. Questo approccio storiografico presuppone il dato che una persona (e dunque la relativa attività) possa essere conosciuta e riconosciuta anche tramite la rete delle sue letture. La biblioteca allora diviene un elemento significativo per l’identificazione di un personaggio e dei suoi parametri intellettuali di riferimento (da intendersi nel senso più ampio: parametri culturali, religiosi, spirituali, artistici, politici, teologici, filosofici…). Addirittura, tramite il consumo librario si può individuare il ritratto di una «personalità sociale»[40]. Il possesso di un libro «può essere indizio in grado di rivelare, a chi sa interpretarlo, scelte interessi e passioni del proprietario, talvolta indipendentemente dalla sua effettiva lettura»[41]. Sarà, infatti, proprio la rete di collegamenti interni ad una raccolta libraria ad indicare l’intellettualità del possessore. La biblioteca costituisce una fonte difficile da maneggiare: nel suo sviluppo sincronico (stratificazione dei volumi), nell’effettivo uso dei libri, nella completezza degli elenchi bibliografici conservati e pervenuti nel tempo, nella necessità di una comprensione statistica legata, però, sempre alla rete interna tra i volumi. Essa dice qualcosa del proprietario più al tempo dell’acquisizione di un volume, che in un arco temporale più ampio. Solo recentemente la biblioteca è divenuta fonte di storia culturale. I libri e le letture di un individuo esplicano la sua visione del mondo, la quale chiaramente può essere forgiata non solo dalla comprensione ed adesione, ma anche dalla trasformazione, deformazione o incomprensione d’un libro letto. La biblioteca può dare l’immagine del suo proprietario e l’analisi minuziosa di essa è possibile e realizzabile quando si tratta d’una raccolta circoscritta, legata ad un individuo e limitata a piccole opere (maggiori difficoltà si riscontrano, invece, per le biblioteche pubbliche, monastiche, conventuali, universitarie e collegiali). Infatti, la presenza d’un libro risulta significativa solo all’interno dell’insieme della biblioteca e in rapporto alla personalità del possessore. Un libro non rende pienamente conto delle convinzioni e delle idee del proprietario, per lo meno per chi partecipa attivamente ai combats di idee. Le biblioteche dei gesuiti, ad esempio, possedevano opere dei giansenisti e dei philosophes. È francamente ingenuo dedurre da un titolo l’opinione d’un uomo. Bisogna infatti collegarlo ad altri titoli. Un’opera di devozione, ad esempio, ha un diverso valore se inserita tra altre opere simili o se isolata in mezzo a libri di diversa tipologia. Il testo di diritto canonico può indicare un interesse erudito o di difesa per l’ecclesiastico o un semplice strumento professionale per l’avvocato o il magistrato. Sebbene, dunque, la biblioteca rimanga una fonte delicata da utilizzare, riflette alla fine una storia propria e personale, che a volte è quella della Chiesa, in una chiave di lettura legata all’evoluzione e pienamente rivelatrice di orientamenti spirituali ed intellettuali del proprietario[42]. Assai numerose sono state le ricerche sui cataloghi delle raccolte librarie appartenenti a singoli personaggi (ecclesiastici, studiosi, eruditi…), che spesso sono stati compilati dagli stessi proprietari. In questi casi c’è il rischio dell’autocensura finalizzata a curare la propria immagine pubblica[43]. Rischio che non si presenta negli elenchi librari compilati post mortem. Tramite lo studio di biblioteche cardinalizie tra il XVIII e il XIX secolo si è giunti a tracciare i tratti biografici di personaggi storicamente rilevanti. Si è potuta delineare la loro conoscenza teologica, i loro interessi culturali e spirituali, nonché il loro carattere e la loro personalità[44]. Elementi questi utilissimi per il genere biografico, che negli ultimi anni, a seguito del crollo delle ideologie di massa[45], ha ripreso il giusto risalto e ottenuto una sempre più alta attenzione da parte del pubblico dei lettori (basta visitare le librerie delle nostre città).

Lo studio cartografico e architettonico di luoghi religiosamente significativi può portare a considerazioni storiche relative alla mentalità dei popoli o delle classi sociali, come alla loro percezione del divino e delle istituzioni ecclesiastiche: la «presenza, l’ubicazione e lo stato di conservazione di chiese, conventi e monasteri possono rivelarci la devozione o meno dei poveri e la beneficenza o meno dei ricchi, e possono far riflettere su possibili conseguenze per l’immagine che i credenti hanno avuto – o tuttora hanno – dell’importanza del fatto religioso o del ruolo della Chiesa e della gerarchia»[46].

Lo studio iconografico ha nella storiografia il suo posto definito. Lo storico non può essere indifferente verso le immagini a causa dell’importanza della dimensione icono-teologica per la conoscenza della vita della Chiesa[47]. Lo studio dell’immagine di Cristo, ad esempio, lungo i secoli ha raggiunto dei risultati conoscitivi acquisiti e riconosciuti a livello generale: una certa immagine veicola un contenuto teologico (per esempio, il Cristo imberbe, giovane pastore, dei primi secoli), politico (come il Cristo imperatore) e di visione del mondo circostante (come il Cristo carolingio, che, nella sua fisionomia germanica, garantisce il predominio contro le forze del male), come anche un contenuto sociale (come il Cristo tormentato della fine del Medioevo), antropologico (il Cristo della bellezza armoniosa e sovrannaturale del Rinascimento) e culturale (come il Cristo-Socrate del danese Thorvaldsen)[48]. Ultimamente c’è stato un ampliamento della ricerca verso la ritrattistica dei personaggi che ha condotto a risultati significativi. Infatti, dai ritratti dipinti o scolpiti si risale ai gusti del personaggio ritratto e addirittura alla sua personalità. Considerando contemporaneamente più ritratti si può arrivare a definire il gusto estetico ed artistico di un’epoca, come anche gli indizi di cambiamenti sociali. Tramite l’immagine ritratta commissionata viene anche data un’autointerpretazione del personaggio raffigurato, che diviene programmaticamente la sua immagine “pubblica”[49].

Occorre compiere, inoltre, uno studio sui diversi elementi figurativi e decorativi negli oggetti adoperati nel culto stesso. Ad esempio i motivi decorativi di calici e pissidi testimoniano devozioni (effigi dei santi e della Madonna), tendenze spirituali (simboli della passione) e mentalità (in epoca moderna si passa dalle semplicità e sobrietà a decorazioni sempre più elaborate)[50]. Allo stesso tempo i paramenti liturgici esprimono non solo una sensibilità legata al culto, ma anche alla visione teologica (ecclesiologica) e dunque ai rapporti interni alla Chiesa. Nella Francia del XIX secolo non è indifferente uniformarsi all’uso romano o introdurre le forme “gotiche”[51], ne va della convinzione ultramontana (Dom Guéranger), realtà centripeta, e di quella gallicana, realtà centrifuga.

Inoltre, si trova addirittura un aspetto numerico, aritmetico, relativo ai beni culturali considerati all’interno della ricerca storiografica: «Lo studio dei contenuti dell’arte sacra non può fare a meno del contare, per sapere quali misteri sono preferiti, quali santi più venerati, quali scene bibliche predominanti; tutto questo anche tenendo conto dei cambiamenti iconografici, legati sia ai cambiamenti teologici come alle evoluzioni sociali. Cosa possono rivelare questi studi? Da una parte la sensibilità religiosa e sociale di coloro che hanno commissionato tale o tale rappresentazione, dall’altra l’influsso che tale o tale rappresentazione potrà aver avuto – forse durante generazioni – sulla sensibilità religiosa e sociale. Sarà superfluo dire che le rappresentazioni sacre da una parte rispecchiano le strutture sociali di un certo periodo, ma che dall’altra possono legittimarle o perfino influire su di esse»[52].

In quest’ultimo contesto non andrebbe nemmeno trascurato l’influsso dei riti liturgici e della musica sacra per il loro alto valore antropologico. Entrambe le due forme, liturgica e musicale, sono essenzialmente inseparabili (la nascita dell’una dà origine all’altra, così come la rispettiva evoluzione o scomparsa dell’una influenza l’altra). La musica sacra, se correttamente interpretata, può aiutare alla comprensione dell’esperienza religiosa e più specificamente orante (ci si trova nel contesto della pietà)[53]. La rilevanza di questo ambito per la ricerca e l’insegnamento storico può essere meglio compresa se si considera la storia contemporanea: la riforma liturgica del Concilio Vaticano II (costituzione Sacrosanctum Concilium)  ha molte ripercussioni su tutta la vita spirituale, teologica e pastorale della Chiesa. Non bisogna dimenticare l’antico adagio lex orandi, lex credendi, che sta al cuore di tanta vitalità ecclesiale.

Come valorizzare tale patrimonio nell’insegnamento di storia della Chiesa

Come premessa va ricordato che gli strumenti utilizzati per l’insegnamento della storia rimangono tuttora tradizionali e non hanno ricevuto alcun beneficio dalle innovazioni pedagogiche recenti, nonostante si sia consapevoli dell’inadeguatezza del tradizionale insegnamento da almeno 30 anni[54]. Secondo Luciano Osbat, in un’ottica piuttosto pessimistica (e forse non tanto realista), se si prendono in considerazione, ad esempio, i manuali, si può affermare che nella maggior parte di essi «la narrazione si sviluppa ancora […] prevalentemente intorno alle vicende politiche ed istituzionali che hanno segnato i secoli»[55], includendo poco significativamente i dati acquisiti dall’evoluzione storiografica.

Considerando più specificatamente i manuali di storia della Chiesa editi lungo il XX secolo, specie quelli che hanno avuto una più ampia ricaduta internazionale o almeno italiana, si arriva ad avere una visione d’insieme da confrontare con le note di Osbat[56]. Già ora si può comunque affermare una differenza di valutazione finale. Seguendo l’ordine cronologico d’edizione, si sono presi in esame i seguenti lavori scientifici: Storia della Chiesa iniziato da Augustin Fliche e Victor Martin, Storia della chiesa a cura di Hubert Jedin, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni di Giacomo Martina, Storia del Cristianesimo. Religione-Politica-Cultura diretto da Charles e Luce Pietri, André Vauchez, Marc Venard e Jean Marie Mayeur. Rispetto agli articoli ed alle monografie, i manuali raggiungono un pubblico più vasto creando così un sentire comune, ampio e pregiudiziale. Sono una sorta di iniziazione pedagogica alla materia. Inoltre, divengono anche sintesi delle conoscenze storiografiche fino ad allora raggiunte. Non hanno in sé un valore di rinnovamento epistemologico e di motore di ricerca, quanto piuttosto quello del bilancio e della definizione di fine d’epoca di percorsi conoscitivi. Gli autori o i direttori coinvolti sono scelti, infatti, in base ai loro precedenti lavori innovativi[57]. Per i manuali di storia della Chiesa, si notano uno sviluppo di sensibilità, nuovi approfondimenti storiografici, nuovi metodi di ricerca e diversi paradigmi ideologico-teologici. In questo senso, i due prodotti francesi sono esemplari[58]. Per la Storia del Cristianesimo c’è chi parla di una separazione epistemologica tra storia e teologia, nonostante risenta del concilio Vaticano II[59]. Se negli anni ’30 del XX secolo si impostava tutto il lavoro storiografico su un continuo rinvio alle fonti, facendole parlare il più possibile e dando uno spazio più ridotto allo storico e al suo giudizio (sebbene questo rientri anche nella selezione delle fonti e nel modo di riportarle), alla fine del medesimo secolo prendono maggiore preponderanza il giudizio e la valutazione dello storico  sugli stessi eventi. Inoltre, si passa da un forte interesse riservato al dato giuridico (soprattutto i concordati) e alle istituzioni ad una rivalutazione della traduzione viva e quotidiana dell’elemento giuridico-strutturale nella vita della chiesa locale (sono esemplari gli studi sull’applicazione del concordato nelle diocesi dell’impero francese). La storia è “fatta” da un concorso di diversi elementi ed uomini. Questo concetto si nota nei diversi manuali, ma essa stessa si evolve. Se prima l’interesse era per i personaggi istituzionali di rilievo, alla fine si considerano anche altri uomini che, sebbene in secondo piano, hanno ricoperto ruoli chiave. Inoltre, ad eccezione del manuale di Martina, che è un caso isolato, gli studiosi coinvolti nella stesura dell’opera sono sempre più numerosi: dai trenta del manuale di Fliche e Martin si passa agli oltre cento per Storia del Cristianesimo[60]. Evoluzione quest’ultima che non agevola sempre l’uniformità dell’opera e la consultazione da parte del lettore.

Sono stati introdotti, dunque, nuovi elementi nell’insegnamento storico che ha seguito lo sviluppo delle linee editoriali dei manuali (sebbene queste siano generalmente piuttosto fissiste e poco innovative per loro stessa natura), ma per quanto riguarda i beni culturali c’è ancora molto da fare, poiché quest’ultimo approccio è nuovo e assai recente e perciò non è ancora presente all’interno dei manuali. I docenti, desiderosi di applicare la nuova didattica, devono compiere uno sforzo individuale, che risulterebbe comunque utile per il futuro. La valorizzazione dei beni culturali permetterebbe l’uso di un patrimonio continuamente disponibile e usufruibile (ad esempio, per rendersene conto, basta passeggiare in un qualsiasi paese italiano), che innalzerebbe il livello generale di conoscenza. Marcando questa posizione, Osbat sottolinea la necessità che i beni culturali debbano «entrare nell’insegnamento di “Storia”, di “Italiano”, di “Disegno e tecniche artistiche”, di “Religione”, di “Filosofia”, di “Scienze”, cioè di tutti gli insegnamenti che compongono l’itinerario culturale di un giovane in formazione durante gli anni della scuola superiore»[61].

I beni culturali devono essere propriamente valorizzati dalla disciplina storica che ha per suo oggetto gli uomini e la loro azione. Così pure l’insegnamento di storia della Chiesa deve tener conto di tutte le manifestazioni di vita che si sono rifatte al cristianesimo. Andrebbe quindi compiuta un’azione di raccordo con le conoscenze di storia dell’arte e della storia culturale generale. Su questa scia, Paolo Liverani affermava nel 2002 che il rapporto tra storia e beni culturali è «nella natura stessa delle cose», anche se è «ancora in buona parte da costruire sia a livello di sensibilità tra gli studiosi che si occupano delle varie discipline storiche e storico-artistiche, sia a livello istituzionale»[62]. Da allora, però, c’è stata una risposta per lo meno a livello accademico, che ha tentato di intraprendere la strada della valorizzazione del patrimonio culturale nell’insegnamento di storia della Chiesa: la nuova Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana.

Detta Facoltà è la risultante del processo di valorizzazione dei beni culturali (già avviato da gran tempo nelle università italiane statali e non statali) e anche motore propulsivo della interdisciplinarità degli studi di storia e dei beni culturali a partire proprio dai curricula degli studenti. L’intento è di formare le nuove generazioni giovanili e dunque influire sui futuri processi culturali da esse dipendenti, nell’ottica della complementarità delle due discipline. È più che mai necessario avere un approccio interdisciplinare nella valutazione delle fonti, che potrà portare nel tempo ad una sintesi storica originale e comunque meno parziale.

Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa: il più recente e significativo passo in avanti compiuto

Essa è una realtà sicuramente originale, non essendoci altre Facoltà ecclesiastiche di questo genere nel mondo, così come non ne esistono sicuramente all’interno del paese Italia, in cui è presente una sola Facoltà in Scienze Storiche presso la giovane Università Europea di Roma. Ci si trova di fronte ad un unicum.

Prima di presentare la nuova Facoltà, si intende presentare il suo contesto accademico, cioè l’Università stessa, e il suo immediato passato.

Alcuni dati sull’Università

Per volontà di Ignazio di Loyola la Gregoriana inizia i corsi di lingue nel 1551, essendo fondata solo nel 1553 come Collegio Romano (anno dell’inizio dell’insegnamento accademico), per divenire Università nel 1556[63]. Il titolo onorifico “pontificio” indica il legame speciale che deve avere con il Romano Pontefice ed è anche conseguenza di particolari ragioni storiche. È la più antica università ecclesiastica pontificia al mondo. Al suo interno ci sono differenti centri di studio specializzati, dalla Facoltà di Teologia a quella di Filosofia, di Diritto Canonico, ecc. Ci si trova dinanzi ad un ambiente internazionale, intercontinentale, per cui l’insegnamento non può mai scendere a esemplificazioni troppo locali, dovendo rimanere ad un livello comprensibile e significativo per un auditorio così vasto e variegato. Anche l’insegnamento della storia deve tener conto di questo dato: non ci si può limitare ad una storia locale o nazionale, ma stando a Roma si ha come studio primario quello dell’azione del Papato sullo scenario mondiale e della Chiesa in genere nelle sue componenti sovranazionali.

 

Il contributo della Facoltà di Storia Ecclesiastica alla ricerca storica

La “vecchia” Facoltà di Storia Ecclesiastica nasce nell’anno accademico 1932-1933 con la presenza di 11 iscritti, il cui numero ovviamente si accresce nel tempo, tocca il massimo nell’anno 2001-2002 raggiungendo quota 230[64]. Il contributo dato alla ricerca storica non è stato ancora affrontato in sede scientifica, anche se per l’anno 2008, in occasione del 75° anno dalla fondazione, sono previsti dei contributi in questo senso. La rilevanza dell’istituzione, comunque, si manifesta negli uomini che la rendono vitale, i decani, i professori, i docenti e gli studenti (nella loro successiva professione). Tanti suoi professori sono stati fondatori e soci dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Tra i fondatori si può ricordare Vincenzo Monachino SJ (fondatore ed ideatore anche dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica nel 1956); come presidenti si sono avuti due egregi storici quali Giacomo Martina SJ (1993-2000) e Luigi Mezzadri CM (dal 2003). Rifacendoci all’indirizzario dell’Associazione del 2007, si può constatare che tanti soci risultano essere stati alunni della Facoltà, come anche diversi docenti e professori attuali o emeriti della Facoltà sono al momento iscritti all’Associazione. La Facoltà ha dato un enorme contributo alla ricerca storiografica in Italia, sia dal punto di vista della qualità dei lavori dei suoi membri, come anche dal punto di vista quantitativo, cioè del numero delle persone professionalmente coinvolte nell’ambito storico. Molti suoi ex-studenti sono dediti all’insegnamento in altre Facoltà, Università, Seminari o Centri di Studio, come anche ricoprono ruoli amministrativi in istituzioni centrali della Chiesa impegnate nella gestione del patrimonio culturale. Osservare ciò che accade in questa Facoltà non è un limitarsi a una realtà marginale, ma è una doverosa attenzione ad una istituzione che per ruolo influenzerà il futuro storiografico della ricerca e le diverse capacità e modalità di insegnamento.

Dalla “vecchia” alla “nuova” Facoltà

Se si prende in considerazione la “vecchia” Facoltà di Storia, si trova una istituzione accademica che si rivolgeva a studenti del II ciclo (corrispondente alla laurea specialistica) o del III ciclo (corrispondente al dottorato di ricerca), senza avere un proprio I ciclo, di fatto sostituito da quello della Facoltà di Teologia. Questa strutturazione manifestava una precomprensione: la storia ecclesiastica era vista come materia teologica. Tale visione viene superata istituzionalmente solo dal 2005, anche se di fatto il superamento concettuale è precedente. Tuttavia, ancora oggi nelle “Informazioni generali” del Programma degli studi della nuova Facoltà si trovi l’affermazione che la storia ecclesiastica «trae origine dalla Teologia»[65]. Ancora oggi all’interno di alcune istituzioni culturali superiori ecclesiastiche rimane la preminenza della visione teologica. Esiste infatti un dipartimento di storia all’interno della Facoltà di Teologia dell’Università della Santa Croce. Inoltre, studi con taglio storico si possono anche compiere, in un contesto di beni culturali, per il periodo antico (primi secoli dell’età cristiana) presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e, in un contesto teologico, ma limitatamente, presso l’Istituto Patristico Augustinianum. Il metodo di insegnamento era piuttosto tradizionale: quasi esclusivamente lezioni frontali. Agli studenti, comunque, rispetto al sistema italiano, erano richieste diverse esercitazioni scritte, sia per i corsi, sia soprattutto per i seminari. I corsi obbligatori si basavano sulla manualistica, mentre nei corsi opzionali veniva maggiormente messa in gioco la creatività del docente. Le fonti che venivano prese in considerazione erano soprattutto di natura scritta, anche se non limitate ovviamente ai soli fattori istituzionali, seguendo i percorsi intrapresi propriamente dalla storiografia generale. I documenti considerati erano variegati nel loro genere. A un certo momento, in concomitanza con l’adesione della Santa Sede al Processo di Bologna (2003)[66], si è decisa una svolta: l’unificazione istituzionale con il Corso Superiore per i Beni Culturali della Chiesa. Per quest’ultimo, sin dalla fase di progettazione, dagli anni 1990 e 1991, ci si era posti la domanda, a livello di Santa Sede e di Chiesa nel mondo, sull’opportunità di avviarlo ad licentiam, ma si preferì muoversi su una sperimentazione annuale (con il conseguimento del titolo di Diploma) con la prospettiva di approdare, dopo una adeguata prova, al biennio per la licenza[67]. Dopo alcuni anni di collaudo, il Corso aveva l’esigenza «di integrarsi più organicamente e strettamente nella struttura accademica dell’Università» e la Facoltà più affine risultava «ovviamente quella di Storia della Chiesa, in quanto i beni culturali possono essere compresi solo in una prospettiva storica»[68]. Inizialmente si riteneva complessa una unificazione delle due realtà, a causa delle diverse peculiarità delle due strutture e delle finalità parzialmente differenti, in quanto la Facoltà ha sempre avuto un obiettivo più marcatamente accademico, cioè la formazione di futuri docenti e ricercatori, mentre il Corso si è sempre posto la problematica dello sbocco professionale dei propri iscritti[69]. Ciononostante, dopo riflessioni interne all’Università, si è giunti ad una unificazione[70]. Tale operazione non è da vedersi solo in maniera funzionale alla semplificazione organizzativa. Infatti, ha comportato una riconsiderazione della valorizzazione delle diverse fonti storiche, che dovrebbe portare nel tempo ad un cambiamento non solo dei curricula degli studenti, ma anche nell’insegnamento e nella ricerca storica. Accorpando le due realtà ci si è voluti impegnare sul fatto che per fonti non si possono considerare solo i documenti, ma anche i monumenti. Detta nozione si è raggiunta già da diverso tempo nella storiografia più generale, ma richiedeva anche una concretizzazione istituzionale che ne mostrasse la bontà e la verità, in quanto le affermazioni teoriche sono vaghe ed inconcludenti se non trovano la loro forma storica. Lo studente che uscirà dalla nuova Facoltà avrà così nel proprio patrimonio intellettuale la duplice attenta considerazione per i documenti ed i monumenti, legata alla capacità critica di valutazione delle fonti in vista delle sue ricerche o del suo insegnamento. Per meglio comprendere la portata del cambiamento è necessario mostrare la strutturazione del nuovo percorso di studi.

La struttura attuale

Si ha un primo ciclo (3 anni, 6 semestri) in cui sono presenti corsi obbligatori sia nell’ambito storico, sia in quello dei beni culturali; si conclude superando non solo gli esami dei corsi e le prove dei seminari, ma anche tramite un esame scritto ed orale generale (bisogna avere una conoscenza sintetica generale di tutti i corsi frequentati in base ad un tesario annuale) e la stesura di un elaborato finale. Si ha un secondo ciclo di specializzazione (2 anni, 4 semestri) distinto in una sezione di “Storia della Chiesa” e in un’altra di “Beni Culturali della Chiesa”; si conclude anch’esso tramite un esame scritto ed orale generale e la stesura di una tesina di licenza. Ogni sezione ha i suoi propri corsi, anche se ce sono alcuni comuni. Si ha un terzo ciclo (di durata variabile) suddiviso sempre secondo le due sezioni. Nei tre cicli, oltre ai corsi prescritti (obbligatori), lo studente deve partecipare a seminari di ricerca, a corsi opzionali (la cui scelta è lasciata alla libertà dello studente), a visite di siti, musei o esposizioni e a convegni. A livello di didattica vengono utilizzate le nuove tecnologie informatiche e gli studenti sono sempre più coinvolti nelle esercitazioni pratiche, compiendo ricerche negli Archivi, nelle Biblioteche e presso i Centri di studio della città di Roma. È incoraggiato l’aspetto della ricerca e l’esposizione dei risultati di detta ricerca agli altri studenti.

Ciclo Corsi Grado accademico
1 Obbligatori: storia generale della Chiesa (antica, medioevale, nuova, moderna, contemporanea, chiese orientali e altre religioni), storia generale dell’archeologia (paleocristiana, tardoantica, bizantina  e medioevale), storia generale dell’arte (antica e tardoantica, medioevale, moderna, contemporanea, chiese orientali), arte nelle diverse tradizioni religiose (Americhe, Asia, Australasia, Africa, Europa, Ebraica, Islamica), fondamenti giuridici (diritto canonico e legislazione sui beni culturali), metodologia (in storia, arte, archeologia, informatica e scienze bibliografiche), fondamenti culturali e formazione umanistica (latino, cronologia, geografia culturale e religiosa, cartografia e topografia dell’«Orbis Christianus»), corsi fondamentali di teologia (introduzione alla Sacra Scrittura, teologia dogmatica, liturgia e teologia morale fondamentale), corsi speciali generali (archivistica, codicologia, diplomatica, catalogazione, museografia, biblioteconomia, paleografia, teoria del restauro, teoria della conservazione) + seminario maggiore di ricerca.

Opzionali: corsi e seminari che variano annualmente.

Baccalaureato
2

(dipartimento di storia della Chiesa)

Obbligatori: storia della Chiesa (10 corsi), istituzioni ecclesiastiche (diplomatica pontificia, paleografia latina, archivistica ecclesiastica, storia delle istituzioni della Chiesa, cause dei santi, storia degli ordini e degli istituti religiosi), metodologia (3 corsi), filosofia della storia, storia e teologia (teologia della storia, storia della dottrina sociale della Chiesa, fondamento teologico e visione economica, storia e teologia delle missioni, storia e teologia dell’ecumenismo, storia dei concili e dei dogmi, pellegrinaggio e devozione cristiana, agiografia), archeologia cristiana (2 corsi),

epigrafia cristiana, arte e spiritualità della Compagnia di Gesù+ seminario maggiore di ricerca.

Opzionali: corsi e seminari che variano annualmente.

Licenza
3

(dipartimento di storia della Chiesa)

Obbligatori: fede e cultura, corso sintetico di storia della Chiesa + seminario di ricerca Dottorato

 

La lingua in cui sono tenuti i corsi è l’italiano. Ciascun corso richiede da 1 a 2 ore di lezioni frontali a settimana. La frequenza al corso o seminario è obbligatoria, altrimenti ne è annullata la validità.

Gli esami si possono sostenere in tre modi: orale, scritto ed elaborato. Dipende dalla proposta del docente e dalla scelta dello studente. La lingua dell’esame è l’italiano, ma non solo: possono essere utilizzate anche altre lingue. L’elaborato consiste nella stesura di un lavoro scritto da parte dello studente. L’esame scritto può variare da un minimo di un’ora ad un massimo di tre. Possono essere dati dei temi da svolgere (è il caso degli esami scritti di sintesi) o si viene sottoposti a dei test. L’esame orale va da un minimo di 20 minuti a un massimo di 1 ora (esame orale di sintesi). Normalmente i corsi si concludono con un esame scritto o orale, mentre i seminari con la consegna dell’elaborato. In quest’ultimo caso la valutazione dello studente non è limitata solo al testo scritto, ma tiene conto anche della sua partecipazione attiva tramite relazioni e interventi liberi alle sedute degli incontri.

Le novità

Le novità presenti nella nuova forma istituzionale sono diverse. Primariamente vi è l’obiettivo intellettuale e didattico di allargare l’orizzonte di ricerca delle future generazioni di studiosi, nella seria presa d’atto dell’esistenza e della fruizione delle fonti monumentali, di cui si è già parlato. Per raggiungere tale orizzonte si passa attraverso altre novità di natura strutturale.

Si ha finalmente la creazione e diretta gestione di un proprio, autonomo e dichiarato I ciclo di studi. Attualmente, per poter accedere al II ciclo di studi (licenza in storia della Chiesa) bisogna passare necessariamente per il I ciclo della Facoltà, anche per gli studenti provenienti da studi teologici o storici. Non basta più avere il Baccalaureato in Teologia, che è ormai ritenuto un titolo insufficiente. Questi studenti, come quelli con lauree in materie umanistiche o affini, possono comunque ridurre la loro presenza nel I ciclo dagli abituali 6 semestri a un minimo di 2. In ogni caso devono passare per questo ciclo, che alla fine del percorso di studi rilascia il titolo di Baccalaureato in Storia e Beni Culturali della Chiesa (laurea di I livello), dunque una doppia specializzazione raggiunta grazie alla partecipazione a corsi e seminari dei due ambiti disciplinari. Lo studente così raggiunge una duplice competenza in storia e in beni culturali, a seguito della quale può continuare il suo percorso con la laurea specialistica in storia della Chiesa, avendo come entroterra una familiarità con le diverse espressioni comunicative storiche dell’uomo nel corso dei secoli. Ha il vantaggio di una conoscenza più ampia di fonti e una discreta capacità di base per interpretarle. Allo stesso tempo, per gli studenti che non provengono da una formazione teologica, sono proposti dei corsi fondamentali di teologia. Sia i beni culturali che la storia della Chiesa non hanno uno statuto a parte in relazione alle loro rispettive discipline fondamentali (cioè i beni culturali e la storia in quanto tali), ma non sempre è stata compiutamente colta l’ispirazione che li ha generati e dunque è necessaria anche una conoscenza teologica per una retta comprensione. Questa impostazione è un ulteriore contributo scientifico della Facoltà.

Nel II ciclo si ha una chiara distinzione dei due ambiti accademici, tanto è vero che vengono rilasciati due distinti titoli: uno in “Storia della Chiesa” e un altro in “Beni Culturali della Chiesa”. Ciononostante vi sono materie comuni tra i due percorsi di studio, al fine di aiutare i futuri storici ad avere attenzione ai beni culturali e particolarmente artistici e i futuri operatori in beni culturali a non perdere di vista la disciplina storica. I corsi comuni sono cinque: Epigrafia Cristiana, Pellegrinaggio e Devozione Cristiana, Archivistica Ecclesiastica, Agiografia, Spiritualità e Arte della Compagnia di Gesù. Come si può facilmente constatare, toccano diversi aspetti del patrimonio culturale della Chiesa.

Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa Licenza in Storia della Chiesa

Corsi Prescritti

Pellegrinaggio e Devozione Cristiana; Spiritualità e Arte della Compagnia di Gesù; Metodo di ricerca in storia; Il metodo statistico nella ricerca storica; Metodo in Archeologia II; Storia della Chiesa. Età Antica, I; Storia della Chiesa. Età Antica, II; Storia della Chiesa. Età Medioevale, I; Storia della Chiesa. Età Medioevale, II; Storia della Chiesa. Età Nuova, I; Storia della Chiesa. Età Nuova, II; Archeologia Cristiana. Le Chiese Orientali; Paleografia Latina; Epigrafia Cristiana; Agiografia; Archivistica Ecclesiastica; Storia della Chiesa. Età Moderna, I; Storia della Chiesa. Età Moderna, II; Storia della Chiesa. Età Contemporanea, I; Storia della Chiesa. Età Contemporanea, II; Diplomatica Pontificia; Storia e Teologia delle Missioni; Archeologia Cristiana. La Chiesa Latina.

La novità più recente riguarda la riformulazione del tesario per l’esame finale scritto ed orale di licenza in Storia della Chiesa. Fino all’anno accademico 2006-2007, lo studente doveva prepararsi per un esame limitato al periodo storico prescelto (epoca antica, medievale, “nova”, moderna o contemporanea). A partire dall’anno accademico 2007-2008, invece, allo studente è richiesta una preparazione più generalista, non nel senso della superficialità, ma in quello di una maggiore ampiezza di conoscenze. Infatti, egli deve affrontare un esame generale, cioè su tutti e cinque i periodi storici in cui è ripartito l’insegnamento cattedratico. In più, il tesario si è aperto a materie fino ad allora non previste: archivistica ecclesiastica, diplomatica pontificia, metodologia storica, paleografia latina e storia della Curia Romana. Nell’esame finale si è voluta mantenere l’apertura ai beni culturali, ma con una caratterizzazione storica. È rimasta l’identità fondamentale di storia, ma si è esteso l’interesse ad altre materie e metodologie.

Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa Tesario per la licenza in Storia 2007/2008

Storia antica

  1. La diffusione del cristianesimo: Modi e tempi della missione cristiana tra I e II secolo; Religione e culti nell’Impero romano; La conversione. 2. Cristianesimo e mondo ellenistico-romano: Filosofia stoica del II secolo e cristianesimo; Le comunità cristiane e le culture del mondo ellenistico romano (usi, costumi, mentalità); Gli apologisti e la reazione dei “pagani”. 3. Martiri e martiri: Le persecuzioni (fonti e aspetti giuridici); Contenuti e modalità del martirio; Le fonti martirologiche. 4. Monachesimo: Padri del deserto e monachesimo orientale; Monachesimo e struttura gerarchica della chiesa; La questione della santità. 5. Dalla “religio licita” alla religione dell’Impero: La politica religiosa da Costantino a Teodosio; L’intolleranza cristiana; Cristianesimo e decadenza dell’Impero romano.

Storia medievale

  1. La storia ecclesiastica ‘medievale’. Le storiografie: La storia magistra vitae. Le varie letture; rileggere insieme per riscrivere insieme la storia; I contemporanei riferimenti al tempo ‘medievale’ della storia della Chiesa. 2. Le relazioni tra Bisanzio e Roma. La progressiva separazione: Le differenze culturali; collegialità e ‘Il vescovo di Roma’; Il fenomeno dell’iconoclastia. I concili in Oriente; Lo scisma del 1054, l’anno 1204; I concili occidentali e Il fatto dei ‘Greci’. 3. Origine e indole dello Stato Pontificio. La Chiesa in Occidente. La riforma gregoriana: Il papato e le alleanze. La visione teocratica. I Carolingi e gli Ottoni; La situazione della Chiesa nel feudalesimo; le riforme; Gregorio VII. I concili in Occidente. 4. I rapporti con chi ‘sta fuori’: pagani, ebrei, saraceni, eretici. Il fatto missionario: Essere in comunione con il Vescovo di Roma; I ‘pagani’. La presenza dei non cristiani nella società cristiana; Il fatto dei saraceni e dei luoghi santi; I ‘nemici’ all’interno della Chiesa.
  2. L’apogeo Della Christianitas. Movimenti laicali e varie forme di ‘vita religiosa’. Le ‘novità’. Celestino V: tra chiesa carnale e chiesa spirituale: I laici ‘di fronte’ ai chierici; Il peso del fallimento delle ‘crociate’; I ‘mendicanti’; L’attesa di un mondo ‘spirituale’; L’abdicazione di Celestino V: il valore di una cesura storica.

Storia nova

  1. Le controversie del papato con il re di Francia Filippo il Bello e l’imperatore di Germania Ludovico il Bavaro. Spunti di riflessione su due momenti cruciali di Storia della Chiesa: Dalla bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII al Defensor Pacis di Marsilio da Padova; Il dibattitomedioevale teologico-giuridico che preparò il terreno alla Riforma Protestante. 2. Riforme cattoliche, riforme protestanti e riforme inglesi: Natura, sviluppo, protagonisti, elementi comuni e peculiarità. 3. I Re Cattolici di Spagna: Dalla fine della reconquista, con la caduta di Granada nel 1492, all’espansionismo extraeuropeo del XVI secolo; Figura e azione dei monarchi principali; Le correnti spirituali e teologiche. 4. Gli organi della difesa dottrinale: Le diverse Inquisizioni; Fasi, metodi ed esempi di processi inquisitoriali; La censura. 5. Dalla Confessio Augustana ai decreti del Concilio di Trento: Protagonisti e aspetti principali delle due posizioni; L’aspetto dottrinale e disciplinare, e le loro conseguenze nella cristianità.

Storia moderna

  1. Alcuni lineamenti della storia dell’evangelizzazione nel mondo straeuropeo e la sua problematica in: Asia, Africa e America nell’epoca moderna: L’incontro del cattolicesimo con le grandi culture e popoli asiatici: grandi problematiche emergenti dal secolo XVII al XIX (diverse tappe e problemi specifici). La fondazione di Propaganda Fide (contesto storico; orientamenti; programmi; iniziative; nuovo stilemissionario). Il sorgere della “questione dei riti cinesi e malabarici”: controversie, polemiche e decisioni della Santa Sede in proposito;conseguenze per l’opera dell’evangelizzazione. La storia della evangelizzazione in Africa all’epoca della tratta degli schiavi. Il movimento missionario del sec. XIX in rapporto all’Africa. 2. La pace di Westfalia (1648): Lo scenario politico definito a Westfalia. Il suo significato e conseguenze nel campo della vita religiosa per le Confessioni cristiane europee. Il suo significato e conseguenze nel campo della vita politica e sociale delle Potenze europee. La reazione della Santa Sede davanti alla Pace di Westfalia. 3. Il Giansenismo: Origine ed evoluzione del giansenismo nelle sue diverse tipologie e fasi. I principali esponenti del giansenismo teologico, morale e disciplinare. Le dispute su le cinque Proposizioni e la Pace Clementina: interventi del Magistero Pontificio in proposito. Il giansenismo politico del sec. XVIII. 4. La rivoluzione francese e il periodo napoleonico: Lo svolgersi degli eventi. La Rivoluzione Francese e la Chiesa Cattolica. La Costituzione Civile del Clero. I Concordati Napoleonici per la Francia e per l’Italia. 5. Il liberalismo e la Chiesa Cattolica: Il liberalismo cattolico nelle sue diverse forme e sviluppi. L’ultramontanismo e il tradizionalismo nelle loro diverse forme. Le concezioni del separatismo liberale riguardo ai rapporti Stato Chiesa: forme e applicazioni concrete nei diversi paesi: Nord America, America Latina, Europa. Il Syllabus e le controverse suscitate da esso.

Storia contemporanea

  1. L’ultramontanismo e il Concilio Ecumenico Vaticano I: La convocazione del Concilio e le discussioni sulla infallibilità. Formazione e interpretazione della Dei filius e della Pastor aeternus. 2. La Chiesa tra modernismo e antimodernismo: Lo sviluppo della scienza sacra sotto Leone XIII. La questione sociale e la Rerum novarum. Il metodo storico-critico nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Il modernismo e i suoi protagonisti. La lotta contro il modernismo. La Pascendi di Pio X. 3. La Chiesa nella temperie della guerra e del totalitarismo: Benedetto XV e la prima guerra mondiale. La Chiesa e i regimi totalitari (nazismo, fascismo, comunismo). La Chiesa e la seconda guerra mondiale. I presunti silenzi di Pio XII sull’Olocausto degli ebrei. 4. La Chiesa dopo il secondo conflitto mondiale: tra impegno civile (e politico) e rinnovamento religioso: I cattolici in politica. Cattolicesimo e democrazia. La chiesa e le nuove sfide del mondo contemporaneo. Il rinnovamento teologico e il movimento liturgico. 5. Il Concilio Ecumenico Vaticano II e i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI: La stagione conciliale. Formazione e interpretazione delle maggiori Costituzioni conciliari. Dignità umana e diritti della persona. Il problema della secolarizzazione post-concilare. La Chiesa globale tra Paesi ricchi e Paesi poveri.

Archivistica Ecclesiastica

La specificità dei documenti ecclesiastici. Le differenze essenziali fra i documenti civili e quelli ecclesiastici: Si può parlare scientificamente sul carattere tipico dei documenti ecclesiastici? I documenti parrocchiali più importanti: classificazione e contenuto.

Diplomatica Pontificia

Definisci i principali tipi della documentazione pontificia seguendo questi punti: Come definiresti in modo generico un documento pontificio? Cosa è una Bolla pontificia [privilegi, lettere graziose e di comando]? Gli elementi esterni ed interni di essa. Cosa è un Breve pontificio: i suoi elementi esterni ed interni. Indica i passi che si fanno per la realizzazione di un documento pontificio fino ad arrivare alla bella copia finale.

Metodologia

Il principio di verità guida ogni ricerca scientifica sul passato umano. La domanda, perciò, sulla verità in storia e sulla concreta possibilità di raggiungerla è primordiale. Si chiede di delineare il quadro epistemico e metodologico, dentro cui lo storico può raggiungere una ragionevole verità sugli eventi passati e proporne una valida ricostruzione oggettiva.

Paleografia latina

L’implicazione vicendevole fra la tipologia della scrittura latina e la storia dei popoli”: Il ruolo dei monasteri nella trasmissione della cultura mediante la scrittura. Esempi. L’uso della scrittura umanistica come reazione a quella gotica. L’importanza della scrittura Times New Roman negli scritti odierni.

Storia della Curia Romana

La Curia Romana: dal Concilio Vaticano II alla Pastor Bonus.

Alla fine del percorso di studi, lo studente dovrebbe acquisire alcune competenze: una visione storica basata sulla capacità interpretativa (ermeneutica) di differenti generi di fonti, una terminologia scientifica sia storica sia in beni culturali e una duplice (ma anche molteplice) visione culturale.

La valorizzazione dei beni culturali si è realizzata nella creazione del nuovo curriculum studiorum all’interno di una Facoltà di Storia. Questa prima acquisizione dovrebbe ora passare per la didattica interna ai singoli corsi di storia. Se così non fosse, lo studente troverebbe unicamente la proposta di due percorsi paralleli e non convergenti e a questo punto non sarebbe chiaro il senso del percorso.

Inoltre, l’avvenuta valorizzazione sarà veramente tale se passerà dal mondo accademico a quello professionale. La valorizzazione professionale dello storico così formato potrebbe inizialmente passare per gli uffici diocesani per i beni culturali, attraverso l’impiego in istituzioni culturali specifiche (archivi, biblioteche, musei), per i comitati scientifici di mostre, dello spettacolo e cinematografici in genere. Qui c’è ovviamente un legame con le affermazioni espresse nell’introduzione, in cui si lamentava una mancanza di riconoscimento professionale dello storico. La problematica in esame tocca non solo il rapporto tra storia e beni culturali, ma più esattamente tra storici e operatori nel campo dei beni culturali (storici dell’arte, archeologi, funzionari delle soprintendenze, museografi, architetti, restauratori, archivisti, bibliotecari, artigiani, artisti, ecc.). Infatti, non ci si può limitare al campo accademico, ma bisogna guardare anche al più vasto ambito professionale. Non si può, infatti, ridurre la storia alle aule accademiche: ciò può portare solo ad un disinteresse da parte dei giovani, ma anche della società con la conseguenza di un calo delle iscrizioni universitarie e di una allarmante ignoranza storica ed artistica trasversale ai diversi settori sociali. Dunque, nel trattare il tema della valorizzazione dei beni culturali nell’insegnamento di storia della Chiesa, bisogna avere come orizzonte la professionalità dello storico.

Le problematiche

Il percorso fin qui descritto non è sempre così lineare, presenta infatti alcune problematiche. Inizialmente va riconosciuta una difficoltà d’approccio: «Far entrare pienamente il patrimonio culturale della Chiesa nella storiografia non renderà più facile il lavoro dello storico. Ci vuole molta cautela nel trarre conclusioni. L’interpretazione di ciò che testo non è, richiede uno sforzo speciale. Ancora più di prima si vorrà la collaborazione e la comunicazione tra storici. Ma questo può essere considerato soltanto un bene»[71].

Il processo avviato può trovare ulteriori ostacoli nella stessa mentalità di alcuni storici, che si sentono più legati alla vecchia impostazione storiografica. La storiografia è un processo in fieri e dunque richiede dei continui adattamenti, a cui non sempre tutti sono disposti a volte a causa di un retaggio mentale legato al passato, a volte a causa di una mancanza di flessibilità, ma soprattutto a causa di una minore sensibilità personale dello studioso per la tematica in questione. Essere in grado di conoscere e gestire più fonti è un’enorme ricchezza e non comporta il rischio della dispersione della ricerca e dunque della sintesi, quanto piuttosto facilita la griglia interpretativa della realtà, a cui lo storico vuol arrivare.

Una differenza evidente tra la nuova e la vecchia facoltà è che i corsi di insegnamento nel II ciclo hanno subito una riduzione di 1/3 delle ore di lezione frontale: l’insegnamento è stato compresso. È dunque richiesto al docente un reiterato sforzo di sintesi. Allo stesso tempo è aumentato il numero dei corsi prescritti, cosicché lo studente ha meno ore libere per lo studio individuale delle singole materie. Questa nuova strutturazione, grazie ai moderni mezzi della didattica, non dovrebbe creare problemi agli studenti: a loro sono richieste, comunque, più abilità contemporaneamente, che devono in ogni caso essere guidate dal docente per il quale dunque c’è un ulteriore impegno.

Un futuro passo in avanti da compiere a favore degli studenti consisterebbe nella creazione di legami (master, scambi interuniversitari) con università di altri paesi (area Processo di Bologna, area nordamericana e internazionale in genere) impegnate nel campo storico ed artistico, particolarmente con quelle legate o dipendenti dalla Compagnia di Gesù, che gestisce direttamente anche la Gregoriana,.

Conclusione

La problematica in gioco riguarda sia l’insegnamento di nuovi contenuti basati sulle conoscenze dei beni culturali, sia l’individuazione e realizzazione di un nuovo metodo, di una nuova didattica.

Non ci sono al momento modelli da imitare: si è i primi ad intraprendere questo percorso. Si è in un momento creativo i cui esiti non sono ancora immaginabili.

Esiste la nuova istituzione. I singoli corsi devono ancora introdurre la valorizzazione dei beni culturali nei curricula di studio: qui si è ancora rimasti al “vecchio” sistema. La novità è l’esistenza del I ciclo in cui sono affiancati paritariamente  corsi di storia e beni culturali e lo studio, nel II ciclo di specializzazione, di discipline non solo più storiche, ma anche di quelle relative ai beni culturali al fine di raggiungere una visione più ampia del cammino degli uomini nella storia. Le novità sono i curricula degli studenti. Guardando i programmi e le bibliografie dei singoli corsi storici, si rileva invece un insegnamento ancora legato all’impostazione della passata facoltà. Bisogna ancora compiere dei progressi. Al momento i veri beneficiari della nuova impostazione sono gli studenti che hanno una visione culturalmente più ampia. A loro, però, rimane la problematica di trovare una sintesi individuale: come questi beni possano essere impiegati in una personale sintesi di conoscenze storiche. Per il raggiungimento di questo obiettivo gli studenti hanno ancora bisogno di un ulteriore supporto da parte della struttura istituzionale, che in tal senso ha propriamente predisposto il seminario maggiore del I ciclo. In realtà ci vorrebbe una reale interdisciplinarità interna ai corsi (non solo di storia, ma anche di beni culturali).

Si è avuto il coraggio di intraprendere un nuovo percorso, ora ci vuole la determinazione di arrivare sino in fondo, apportando tutti gli aggiustamenti necessari. Si sta come in un avamposto; si è come degli apripista. Chi seguirà?

[1] I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di Ugo Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesiastici,  10 (Aprile 2003). Una consultazione sommaria on-line del Forum (4 dicembre 2007): http://www.storiadellachiesa.it/forum2002.html . Una presentazione sintetica del Forum: S. Tanzarella, Storia della Chiesa e beni culturali, in Rassegna di Teologia, 43/5 (2002), 739-753.

[2] M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969, 71-72. L’opera originale in lingua francese (Apologie pour l’histoire ou métier d’historien) apparve nel 1949.

[3] Spirito Creatore, proposte e suggerimenti per promuovere la pastorale degli artisti e dell’arte, Sussidio dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, [Roma], 1998.

[4] Su questi argomenti: S. Tanzarella, Storia della Chiesa e beni culturali, 744-745.

[5] P. Liverani, Beni culturali di interesse storico-artistico o archeologico e Storia della Chiesa, in I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di Ugo Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesiastici,  10 (Aprile 2003), 99.

[6] Sull’avvio di questo Corso: M. Chappin, Il patrimonio culturale: non solo un ricordo ma elemento vivo della vita ecclesiale, in L’Osservatore Romano, 18 dicembre 1992, 4.

[7] Cfr. L. Osbat, Beni culturali e vissuto del popolo cristiano: obiettivi e metodi nell’insegnamento della storia, in I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di Ugo Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesiastici,  10 (Aprile 2003), 43. Per quanto riguarda l’Italia, al di là dei corsi di laurea della consueta Facoltà di Lettere si trovano la Facoltà dei Beni Culturali a Enna, all’Università del Salento (Lecce) e a Macerata, la Facoltà in Conservazione dei Beni Culturali a Bologna e a Viterbo (Tuscia) e la Facoltà di Scienze dei Beni Culturali presso l’Università telematica Leonardo da Vinci. Scienze umanistiche è a Roma (La Sapienza), Bergamo e presso l’Università telematica Pegaso (Napoli).

[8] Cfr. C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia,  in I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di Ugo Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesistici,  10 (Aprile 2003), 27, n.33. La lista andrebbe aggiornata.

[9] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, in Chiesa e società in Sicilia. I secoli XVII-XIX. Atti del III Convegno internazionale organizzato dall’arcidiocesi di Catania. 24-26 novembre 1994, a cura di G. Zito, Torino, Società Editrice Internazionale, 1995, 23-24

[10] Cfr. F. Negri Arnoldi, Il catalogo dei beni culturali e ambientali. Principi e tecniche di indagine, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1981, 33, 40-41.

[11] Cfr. F. Marchisano, Prolusione, in I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di U. Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesistici,  10 (Aprile 2003), 11; C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia,  22.

[12] Cfr. F. Marchisano, Prolusione, 11; C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia, 18.

[13] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 24.

[14] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 24.

[15] Cfr. M. Chappin, Monumenti di arte, tesori di fede, in Edicole Sacre, 21 (sett.-dic. 1992), 3.

[16] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 26.

[17] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 25. Cfr F. Marchisano, Prolusione, 12; C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia, 23, n.20. Sui  Beni ecclesiali: Valentina Maria Sessa, La disciplina dei beni culturali di interesse religioso, Milano, Mondadori Electa, 2005.

[18] Cfr. C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia,  22, in particolare n.19. Su questo aspetto: Giovanni Paolo II, Allocuzione papale ai Membri della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa in occasione della I Assemblea Plenaria (12 ottobre 1995), in Enchiridion dei beni culturali della Chiesa. Documenti ufficiali della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, Bologna, EDB, 2002, n. 1078-1090. Anche il papa Benedetto XVI si è parzialmente espresso sull’argomento: Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), n. 41.

[19] Cfr. L. Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino, 1976, 428.

[20] Su questo punto non si possono non citare i seguenti studi apripista: J. Vansina, De la tradition orale. Essai de méthode historique, Bruxelles, Librairie Van Campenhoutl, 1961; J. Vansina, Recording the Oral History of the Bakuba, in Journal of African History, 1 (1960), 45-54, 257-270; J. Vansina, Ethnohistory in Africa, in Ethnohistory, 9 (1962), 126-136.

[21] Tali informazioni si trovano in: M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 26-28.

[22] Cfr. L. Mezzadri – M. Tagliaferri (ed.), Le donne nella Chiesa e in Italia. Atti del XIV Convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma 12-15 settembre 2006, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni San Paolo, 2007.

[23] U. Dovere, Presentazione, in I beni culturali: un nuovo approccio alla Storia della Chiesa. Atti del II Forum dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Roma, 5-6 settembre 2002, a cura di U. Dovere, pubblicato in Notiziario – Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesiastici,  10 (Aprile 2003), 5.

[24] U. Dovere, Presentazione, 6.

[25] U. Dovere, Presentazione, 4.

[26] Cfr. U. Dovere, Presentazione, 6, n.2.

[27] F. Marchisano, Prolusione, 13.

[28] Cfr F. Marchisano, Prolusione, 13.

[29] F. Marchisano, Prolusione, 13.

[30] Cfr. C. Chenis, I beni culturali: tipologia e geografia, 16.

[31] P. Liverani, Beni culturali di interesse storico-artistico, 99.

[32] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 32.

[33] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 32. Per una trattazione inconsueta del bene librario: M. Chappin, Progetto per un “Piccolo Catechismo sui beni culturali della Chiesa” con speciale attenzione per i beni librari, in Biblioteche ecclesiastiche italiane verso l’Europa. Atti dell’Incontro-dibattito. Roma, Biblioteca Vallicelliana, 18 maggio 1993, pubblicato in Bollettino di informazione ABEI, 2 (1993) 34-39. In questo contesto si può citare un saggio di un noto ed apprezzato teologo italotedesco sul libro in quanto tale: R. Guardini, Elogio del libro, Brescia, Morcelliana, 1985.

[34] M. I. Palazzolo, Introduzione. Le raccolte librarie private nel Settecento romano, in Roma moderna e contemporanea, 4/3 (1996), 561.

[35] Si ricorda il lavoro su Gaetano Melzi (1786-1851), bibliofilo e bibliografo: F. Cristiano, La biblioteca di Gaetano Melzi, ovvero una storia esemplare, in Bibliotheca, 2003/1, 57-94. Non si hanno, comunque, studi approfonditi e di ampio respiro per l’epoca presa in considerazione.

[36] A. Campana, Biblioteche della provincia di Forlì, in Tesori delle biblioteche d’Italia, vol. I. Emilia-Romagna, a cura di D. Fava, Milano, Hoepli, 1932, 81-130 (ho visto l’estratto, Le biblioteche della provincia di Forlì, pubblicato nel 1931 con numerazione autonoma delle pagine: sulla Piana, ivi pp. 28-30); D. Gnola, La biblioteca piana, in Pio VII papa benedettino nel bicentenario della sua elezione. Atti del congresso storico internazionale, Cesena-Venezia, 15-19 settembre 2000, a cura di G. Spinelli, Cesena, 2003. (=Italia benedettina, 22), 683-688; M. T. Dazzi, La Piana, in La Romagna, 14 (1923), 362-377 (in parte ripubblicato in: M. T. Dazzi, La Piana, in  Nel primo centenario della morte di Pio VII, Ravenna, Scuola Tipografica Salesiana, 1923, 74-82); D. Fava, Papi romagnoli bibliofili, in Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e la Romagna,  7 (1941-1942), 215-227 (sulla Piana, ivi pp. 222-227); D. Fava, La biblioteca di papa Pio VII, in Accademie e biblioteche d’Italia, 16 (1942), 257-267; L. Baldacchini, Incunaboli e cinquecentine in Romagna. La Biblioteca Piana e la Biblioteca del Seminario di Sarsina, Manziana, Vecchiarelli, 1996, 11-49; F. Lollini, La miniatura nei codici della Piana, in Due Papi per Cesena. Pio VI e Pio VII nei documenti della Piancastrelli e della Malatestiana, a cura di P. Errani, Bologna 1999, 327-344; D. Gnola, I manoscritti della Biblioteca Piana, in Due Papi per Cesena…, 223-321; D. Gnola, La biblioteca di Pio VII, in Il libro in Romagna. Produzione, commercio e consumo dalla fine del secolo XV all’età contemporanea. Convegno di studi (Cesena, 23-25 marzo 1995), vol. 2, a cura di L. Baldacchini  e A. Manfron, Firenze, Olschki, 1998, 697-712; A. Manfron, «Sua Beatitudine, intenta sempre alla speciale protezione delle arti». La tutela del patrimonio artistico fra erudizione, diritto e antiquaria, vista anche attraverso la Biblioteca di Pio VII, in Due Papi per Cesena, 367-382; Cosimo Semeraro, Biblioteche papali e Restaurazione (1775-1823). Contributo per la ricostruzione del patrimonio librario di Pio VI e Pio VII, in Super fundamentum Apostolorum. Studi in onore di S. Em. il Cardinale A.M. Javierre Ortas, a cura di A. Amato – G. Maffei, Roma, LAS, 1997, 273-313.

[37] D. Fioretti, Note sulla biblioteca e gli interessi culturali di Francesco Saverio Castiglioni, in La Religione e il Trono. Pio VIII nell’Europa del suo tempo, Convegno di Studi, Cingoli 12-13 giugno 1993, a cura di Simonetta Bernardi, Roma, La Fenice, 1995, 103-117.

[38] M. Ceresa, Una biblioteca nella rivoluzione: i resti della biblioteca di Pio VI, in  Due Papi per Cesena, 213-221; C. Semeraro, Biblioteche papali e Restaurazione (1775-1823), 273-313; Amilcare Zavatti, Storia di una biblioteca papale, Cesena, Tipografia A. Bettini, 1933. È da consultare per il Settecento il volume tematico della rivista Roma moderna e contemporanea, 4 (1996) vertente su Le raccolte librarie private nel Settecento romano.

[39] Si ricorda il lavoro sulla biblioteca del cardinale de Zelada presente in: G. Mercati, Note per la storia di alcune biblioteche romane nei secoli XVI-XIX, Città del Vaticano, 1952. Inoltre: S. Pagano, La biblioteca di un ecclesiastico illuminista: Francesco Antonio Vitale (1724-1803), in Roma moderna e contemporanea, 4 (1996), 595-616. Come si può facilmente constatare, le biblioteche studiate toccano appena il XIX secolo. Più significativa risulta essere l’opera: S. Medri, La biblioteca del cardinale Francesco Bertazzoli, Lugo, Centro Comune, 2004; al cui interno vi è la sezione: I libri del Cardinale. Percorso bibliografico per una mostra di I. Pagani, pp. 43-76. Nella stessa direzione, ma con autonoma ideazione, negli ultimi due anni ci sono stati dei nuovi contributi relativi al cardinale segretario di Stato Ercole Consalvi: R. Regoli, Ercole Consalvi. Le scelte per la Chiesa, Roma, Editrice Pontificia Università Gregoriana, 2006, 131-135; R. Regoli, La biblioteca del cardinale Ercole Consalvi (1757-1824). Gli inventari della raccolta dei libri poetici, in Neoclassico, (2007), che è in fase di pubblicazione.

[40] G. Tortorelli, Viaggio tra i libri di una biblioteca nobiliare, in Accademie e Biblioteche d’Italia, 72/3-4 (2004) 22. L’autore si riferisce a: D. Roche, Le letture della nobiltà nella Francia del XVIII secolo, in D. Roche, La cultura dei Lumi. Letterati, libri, biblioteche nel XVIII secolo, Bologna, Il Mulino, 1992, 105-130.

[41] M. I. Palazzolo, Introduzione. Le raccolte librarie, 561.

[42] Per quanto affermato: cfr Marie-Hélène Froeschlé-Chopard, Les inventaires de bibliothèques ecclésiastiques, témoins de l’évolution intellectuelle et spirituelle des religieux, in Revue d’histoire de l’église de France, 86 (2000), 493-512.

[43] Cfr. M. I. Palazzolo, Introduzione. Le raccolte librarie, 566.

[44] Cfr. R. Regoli, La biblioteca del cardinale Ercole Consalvi (1757-1824).

[45] Sulle diverse prospettive storiografiche: Giuliana Urlano, Il Novecento, un secolo controverso. Alcuni spunti di riflessione sulle principali intepretazioni storiografiche, in Nuova Storia Contemporanea, 9/2 (2005), 115-140.

[46] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 33.

[47] Cfr. D. Menozzi,  La Chiesa e le immagini. I testi fondamentali sulle arti figurative dalle origini ai nostri giorni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1995.

[48] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 33-34; Jaroslav Jan Pelikan, Jesus trought the Centuries. His Place in the History of Culture, New York, Harper & Row, 1987.

[49] Per approfondimenti sull’argomento: Il ritratto. Gli artisti. I modelli. La memoria, a cura di Gloria Fossi, Firenze, Giunti, 1996; Il ritratto e la memoria, a cura di Augusto Gentili, Roma, Bulzoni, 1989; Édouard Pommier, Il ritratto. Storie e teorie dal Rinascimento all’età dei Lumi, Torino, Einaudi, 2003 (il testo originale è in lingua francese ed è stato pubblicato nel 1998).

[50] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 36. Su questo tema: Vita religiosa a Cremona nel Cinquecento. Mostra di documenti e arredi sacri, Cremona, Curia Vescovile, [1985].

[51] Cfr. M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 36.

[52] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 35.

[53] Per la musica sacra: V. Miserachs, Església i música sacra: passat, present i futur, (= Quaderns Fundació JOan Maragall, Cristianisme i Cultura, 65), Barcelona, Editorial Claret, SAU, 2003; F. Rainoldi, Sentieri della musica sacra. Dall’Ottocento al Concilio Vaticano II. Documentazione su ideologie e prassi, Roma, C.L.V.-Edizioni Liturgiche, 1996; F. Rainoldi, Psallite sapienter. Note storico liturgiche e riflessioni pastorali sui canti della Messa e della Liturgia  delle Ore, a cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale, Roma, C.L.V.-Edizioni Liturgiche, 1999; E. Jashinski, Breve storia della Musica Sacra, Brescia, Queriniana, 2006; Pontificio Istituto di Musica Sacra, Iucunde laudemus. Antologia del Magistero della Chiesa sulla musica sacra 1903-2005, [s.e.], Roma, 2005.

[54] Cfr. L. Osbat, Beni culturali e vissuto del popolo cristiano, 36.

[55] L. Osbat, Beni culturali e vissuto del popolo cristiano, 37.

[56] A livello di storiografia strettamente francese si può vedere: Daniel Moulinet, Regard sur les histoires générales de l’Eglise publiés en France au cours du XXe siècle, in Revue d’histoire de l’église de France, 86 (2000), 657-667. Purtroppo non ci sono riferimenti al manuale Storia del Cristianesimo. Religione-Politica-Cultura.

[57] Cfr. F. Hildesheimer, Les «grandes entreprises» éditoriales, in Revue d’histoire de l’église de France, 86 (2000), 625-626.

[58] Cfr. F. Laplanche, De l’Histoire de l’Eglise de Fliche et Martin à l’Histoire du Christianisme, in Revue d’histoire de l’église de France, 86 (2000), 685-690. Vedi anche : F. Hildeisheimer, Les «grandes entreprises» éditoriales, in Revue d’histoire de l’église de France, 86 (2000), 613-630; M. Guasco, Da Fliche-Martin a Jedin. Le grandi iniziative editoriali, in Humanitas, 59 (5/2004), 963-971.

[59] Cfr. F. Laplanche, De l’Histoire de l’Eglise de Fliche et Martin, 686.

[60] Cfr. F. Laplanche, De l’Histoire de l’Eglise de Fliche et Martin, 686.

[61] L. Osbat, Beni culturali e vissuto del popolo cristiano, 38.

[62] P. Liverani, Beni culturali di interesse storico-artistico, 99.

[63] Sono state volutamente indicate le tre date per evitare la confusione che potrebbe ingenerarsi a causa delle diverse ricorrenze centenarie. In tal senso, per poter rendersene conto, basta scorrere i titoli delle seguenti pubblicazioni ponendo attenzione alle date centenarie  : P. Tacchi Venturi, L’inaugurazione della Pontificia Università Gregoriana (1553), in Gregorianum 34/3 (1953) 333-340; Atti del “Solenne Atto Accademico in occasione del 450 anniversario della fondazione del Collegio Romano” 1551-2001 : (Roma, 4 – 5 aprile 2001), coordinamento e realizzazione del volume: L. Caruana e Marco Cardinali, Roma, Nuove Dimensioni, 2001.

[64] Pontificia Università Gregoriana, Liber Annualis 2006, Roma, 2007, 357-359.

[65] Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa, Programma degli studi. Anno Accademico 2007-2008, Roma, 2007, 9.

[66] Sulla politica educativa della Santa Sede: B. Esposito, L’adesione della Santa Sede al Processo di Bologna (periodo 2003-2005): sue conseguenze immediate e prospettive future per l’ordinamento degli studi nelle Università e facoltà ecclesiastiche, in Angelicum, 83 (2006) 143-176; Holy See, in Focus on the structure of higher education in Europe. National trends in the Bologna Process – 2006/07, Brussels: Eurydice, 2007, 310-314. Anche on-line (4 dicembre 2007): http://www.eurydice.org/portal/page/portal/Eurydice/showPresentation?pubid=085EN; A. V. Zani, Le Università in Europa: il “Processo” di Bologna e lo spazio comune europeo, in Seminarium, 45 (2005) 997-1032. Per la posizione della Santa Sede nei confronti del Processo di Bologna e per un primo approccio alla realtà dell’Educazione Superiore da essa gestita: Seminarium 47 (2007) n° 2. Rapporto stilato dalla Santa Sede in vista della sua adesione al processo di Bologna: on-line (4 dicembre 2007) : http://www.bologna-berlin2003.de/pdf/Holy%20See.pdf.

[67] Cfr. M. Chappin, Il Corso Superiore per i Beni Culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma, in Bollettino di Informazione ABEI, 1 (1992), 61-63.

[68] P. Liverani, Beni culturali di interesse storico-artistico, 102.

[69] Cfr P. Liverani, Beni culturali di interesse storico-artistico, 102.

[70] «Attraverso diversi tipi di studio e d’incontri è maturato [!], nel seno della Facoltà, l’idea di portare a termine il lungo processo storico della progressiva autonomia della Facoltà di Storia Ecclesiastica, assegnandole una propria base ossia anche un Primo Ciclo di Baccalaureato. Al tempo stesso la Facoltà di Storia Ecclesiastica ha esaminato a lungo l’ipotesi di un inserimento dello studio e della tutela del Patrimonio culturale-artistico della Chiesa accanto al collaudato studio della Storia della Chiesa. La creazione della nuova Facoltà è in gran parte il frutto dell’impegno accademico della Facoltà di Storia Ecclesiastica»: Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa, Programma degli studi, 9.

[71] M. Chappin, I beni culturali della Chiesa come fonte storiografica, 37.

 

L’ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI PROFESSORI DI STORIA DELLA CHIESA
E IL SUO CONTRIBUTO ALLA RICERCA STORICA IN ITALIA.
ATTIVITA’, RICERCHE, PUBBLICAZIONI (1967-2007)

 Maurizio Tagliaferri

Il quadro complessivo

Sebbene l’Associazione possa essere orgogliosa di essere arrivata a questa scadenza, ad onta delle tante difficoltà che ne hanno accompagnato e non di rado ostacolato il cammino, la ricorrenza dei quarant’anni di vita dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa non può rappresentare una circostanza meramente celebrativa. Consapevoli che la nostra attività è in sé modesta se comparata con altri centri[1], dobbiamo tuttavia entrare in un primo bilancio, una riflessione critica e autocritica sulle realizzazioni positive e gli obiettivi mancati o non interamente conseguiti, per poter mettere a fuoco efficaci prospettive per il futuro.

Le quasi diecimila pagine di ricerca scientifica nei quindici volumi degli atti sinora prodotti, le circa duemila pagine del Dizionario delle Diocesi d’Italia, testimoniano – e non solo con il linguaggio dei numeri – contenuti e generi della nostra attività. Sono stati coinvolti dall’Associazione circa quattrocento studiosi (se contiamo anche quelli che hanno collaborato al dizionario), alcuni tra i migliori esistenti nel settore specifico. Tutto questo ha permesso all’Associazione di attestarsi tra gli studiosi italiani di storia della Chiesa, anche se non ha del tutto acquisito quello spazio e quel prestigio che vari organizzatori avrebbero auspicato.

Il contesto di tale attività è quello di anni in cui gli editori di ispirazione cattolica preferiscono pubblicare libri/libretti di storia per i non storici, di teologia per i non teologi. Sono in pochi a pensare che un volume di studi storici o un libro di ricerca possa essere letto da un vasto pubblico. Si prediligono le grandi sintesi e le opere di decisa divulgazione, utili per il lavoro dei professori di seminario e talvolta pure apprezzati per una forte chiave interpretativa e orientativa.

Certo non mancano le eccezioni: lavori innovativi, storie ancora tutte da scrivere, come quelle di Pietro Scoppola sul modernismo e di Maurilio Guasco sui seminari del primo Novecento; oppure Studio ed insegnamento della storia (Ave-Uciim Editori, Roma 1963), un lavoro che a mio avviso mutatis mutandis sta dietro alla impostazione del futuro dell’Associazione. Tale volume infatti, il primo di una collana di Orientamenti dedicata agli insegnanti ed agli studenti delle scuole medie superiori, si faceva strada all’interno del prevalente stile apologetico e controversistico per le nuove aperture conciliari; il suo scopo era di fare delle specifiche discipline uno strumento non soltanto di informazione ma anche, e soprattutto, di formazione della personalità. E per “orientare” era necessario – si scriveva nella Presentazione – indicare chiaramente le condizioni per cui una materia doveva essere presentata e studiata: individuare con coraggio e chiarezza le deficienze e le lacune dell’insegnamento attuale per correggerle ed integrarle. Era appunto ciò che nei riguardi della storia si era inteso fare (sia pure in limiti circoscritti) in questo volume. Alla sua stesura avevano collaborato «alcuni noti e valenti studiosi di discipline storiche. Basterà fare nomi dei proff. Giacomo Martina, Silvio Accame, Paolo Brezzi, Fausto Montanari, Giuseppe Alberigo, Massimo Marcocchi, Pietro Scoppola, Angelo Gambasin, Paolo Droulers, per garantire la serietà del volume e la competenza dei contributi che esso reca».

Scopi originari dell’Associazione. Protagonisti e vicende tra prudenti aperture, sollecitazioni apologetiche e crescita

«L’attività dell’Associazione – notava p. Monachino (in una sorta di bilancio dei primi vent’anni di attività) nel suo saluto al Convegno di Terni del 1988 – [è] iniziata nel settembre del 1967, con il 1° Convegno tenuto al passo della Mendola presso il Centro congressuale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano».

La collaborazione tra le tre università (Lateranense, Gregoriana e del Sacro Cuore di Milano) rappresentava, pur con le difficoltà provenienti dai diversi indirizzi storiografici e antropologici, il meglio che potesse offrire la piazza in quel momento: Maccarrone, Monachino, Zerbi, Gordini, Martina (qualche anno dopo) potevano essere considerati tra i più sensibili e autorevoli interpreti della storiografia ecclesiastica. I loro indirizzi storiografici si rifacevano a quella che Daniele Menozzi chiama – nella voce storia della Chiesa (nel Dizionario di Storiografia) – «storiografia critica, anche se un po’ ripiegata sull’erudizione» per le paure antimodernistiche che da Pio X fino a Giovanni XXIII hanno dominato anche gli studi storici[2]. Si deve a questi studiosi l’apertura anche alle voci laiche all’interno dei convegni dell’Associazione: ci si muoveva – possiamo dire – nell’ottimismo dell’immediato post-concilio, tra prudenti aperture e tentazioni apologetiche neppure troppo latenti.

Non sono mancate valutazioni critiche sulla qualità storiografica dei nostri “padri fondatori” e di buona parte della storiografia ecclesiastica di quegli anni, valutazioni critiche ben sintetizzate da p. Martina nella recensione al volume I cinquant’anni della “Rivista della Storia della Chiesa in Italia”: Maccarrone – scrive Martina – puntava su una storia istituzionale, filologica, si direbbe quasi, nel reale significato della parola, positivistica, «tutta volta all’accertamento dei dati e dei nudi fatti» (56); tuttavia «non ha colto il pericolo che questa linea costituisse un autentico limite, la chiusura nel proprio ghetto, l’assenza di ogni dibattito e, in definitiva, la rinunzia al confronto aperto fra le diverse posizioni culturali… Ma, come ha sottolineato Ovidio Capitani, la caratteristica era tipica non solo della Rivista romana, ma largamente di buona parte della storiografia ecclesiastica»[3].

«I primi sette convegni sono stati presentati sotto il medesimo titolo generale: Problemi di Storia della Chiesa, e con il sottotitolo del periodo preso in esame in successione cronologica: La Chiesa antica nei secoli II-IV, Nell’alto Medioevo, Nel medioevo dei secoli XII-XV, Nei secoli XV-XVII, Nei secoli XVII-XVIII, Dalla Restaurazione all’Unità d’Italia, Dal Concilio Vaticano I al Vaticano II. Essi costituiscono un ciclo chiuso: il ciclo cronologico.

Con l’8° Convegno (dal tema: Santità e Agiografia) si apriva un nuovo ciclo: il ciclo dei “convegni a temi speciali”, che – scriveva Monachino – «potranno in qualche modo abbracciare l’intero arco della storia della Chiesa o limitarsi a studiare eventi storici importanti di durata più o meno lunga» (Monachino, Santità e Agiografia, 5).

Dopo Terni seguivano Grado (Ricerca storica e Chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive, 1991)[4], Napoli (La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento tra Cinquecento e Settecento, 1994)[5], Roma (I grandi problemi della storiografia civile e religiosa, 1997)[6], Palermo (Il cammino dell’evangelizzazione. Problemi storiografici, 2000),[7] Aosta (Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento, 2003),[8] Roma (Le donne nella Chiesa e in Italia, 2006)[9].

In questi anni le difficoltà non sono mancate.

Nei Notiziari si possono leggere gli “sfoghi” dei vari presidenti. Ad esempio Gordini nel Notiziario del dicembre 1990 ricordava le finalità dell’Associazione secondo i suoi statuti e aggiungeva: «Alcune di queste, finora, dopo un ventennio dalla fondazione, sono rimaste nel limbo dei desideri»; in particolare menzionava i non realizzati Convegni regionali. Tra le cause: «Difficoltà reali, impegni molteplici degli stessi dirigenti, mezzi finanziari non reperiti, e forse anche una volontà ‘politica’, non entusiasta di iniziative di questo genere hanno determinato la caduta di progetti».

Dieci anni dopo p. Martina nel Notiziario del 2000 sottolineava: «Gli atti dei precedenti Convegni sono stati accolti con favore, anche se la loro diffusione avrebbe potuto essere maggiore se ci fosse stata maggiore iniziativa della casa editrice. Abbiamo cercato di farli conoscere in due sedi diverse, a Pavia e a Bologna. L’idea avrebbe avuto un buon risultato, se ci fosse stata maggiore propaganda alla base. Ma il problema di fondo dell’Associazione resta piuttosto un altro. Davanti al forte moltiplicarsi di convegni, presentazioni di opere, mostre di notevole valore, specialmente in alcuni centri maggiori, come Roma, Firenze, Bologna, si resta quasi soffocati, e ci si domanda se sia possibile seguire tutto. La risposta positiva è venuta soprattutto dai professori impegnati nei Seminari e nelle Facoltà. Ci si domanda però come far conoscere meglio l’Associazione, come ottenere l’adesione di nuovi soci. Credo che molto dipenda dalla conoscenza che nasce dall’attività, in sé modesta, dell’Associazione, dalla lettura dei suoi atti, ma anche dall’iniziativa dei soci, cioè dei professori di Storia della Chiesa e dei cultori di questa materia. Ci si domanda poi se si può studiare il modo più efficace per inserire meglio lo studio della Storia della Chiesa nelle Università».

Sembra quasi che davanti al forte moltiplicarsi di convegni, opere, mostre di notevole valore, si resti soffocati, naturalmente impossibilitati a seguire tutto. Per molti, in maggioranza non più attivi nella docenza, la difficoltà di seguire l’evoluzione della storiografia. A ciò va aggiunto che non pochi soci si sono fatti in diocesi e città loro propri istituti di ricerche storico-archivistico, ambienti un po’ provinciali – per dir così – ma molto gratificanti per la ricerca locale, col pericolo/risultato di rinchiudere la ricerca in se stessa e mostrarsi pressoché impenetrabili alle altre.

Un ultima sottolineatura ci deve far riflettere: in questi ultimi anni l’Associazione è riuscita a coinvolgere i soci non tanto con i convegni e con i forum, ma con il Dizionario delle Diocesi.

I primi riconoscimenti di livello scientifico dei nostri convegni: una campionatura

La Rivista di Storia e Letteratura Religiosa non dava notizia del 1° nostro Convegno. Aveva invece parlato in termini lusinghieri del 1° Convegno Italiano di Teologia e della fondazione dell’Associazione Teologica Italiana (RSLR, 1/1967, pp. 178-180). La rivista torinese segnalava, piuttosto, il 1° Congresso Nazionale di Scienze Storiche, tenuto a Perugia dal 9 al 13 ottobre 1967, organizzato dalla Società degli Storici Italiani per bilancio critico della produzione storiografica italiana dal secondo dopoguerra al 1967. Nella cronaca (3/1967, pp. 569-579) firmata da Franco Bolgiani (presente un mese prima come relatore al nostro Convegno) e Francesco Traniello, riferendo della relazione di Pincherle sulla situazione della storia del cristianesimo antico, non mancavano di aggiungere: «L’influenza esercitata da seminari e università ecclesiastiche sulla cultura storico-religiosa italiana è da considerarsi tuttora insignificante a causa del divorzio pressochè completo fra gli studi propriamente ecclesiastici italiani e gli studi storici» (pp. 570-571).

La Forlin Patrucco (nel volume I grandi problemi della storiografia civile e religiosa. Atti dell’XI convegno dell’AIPSC del 1997, Roma 1999), ricordando il nostro 1° Convegno, parlava di prudenti aperture e di tentazioni apologetiche. Osservazioni riprese e amplificate da Lorenzo Paolini nella tavola rotonda tenuta a Bologna il 29 aprile 1999, in occasione della presentazione del volume degli Atti (“I grandi problemi della storiografia civile e religiosa”), che metteva in risalto come la reciproca diffidenza tra storiografia civile e religiosa avesse un preciso motivo di contenzioso: «La storiografia laica, o accademica se si vuole, non accettava (e non accetta) la pregiudiziale teologica (o postulato teologico) nella storia della Chiesa, come aveva teorizzato padre Meersseman nel 1970 [volume degli Atti del 1° Convegno], coerentemente al pensiero di Hubert Jedin (nonostante le sue aperture), di Aubert e di quasi tutti gli storici ecclesiastici».[10] Ma c’era di più: «Seguendo p. Ilarino [relatore al 1° Convegno], la storia della Chiesa  paradossalmente non potrebbe essere studiata – scrive Paolini – con metodo storico, unico ed accettato da tutti, ma solo con un “suo” metodo particolare, non volendo tener separati i due approcci alla Chiesa, teologico e storico»[11].

Secondo S. Tanzarella l’intento edificante ed apologetico non si è ancora del tutto estinto nell’universo accademico della ricerca e della didattica che impegnano i credenti[12].

Il primo riconoscimento all’attività dell’Associazione da parte della Rivista di Storia e Letteratura Religiosa, compariva in un numero del 1978 (1/1978, pp. 118-123)[13]. Si trattava di una recensione a firma di Giuseppe Briacca: un giudizio sul volume del 3° Corso di aggiornamento (Problemi di Storia della Chiesa. Il medioevo dei secoli XII-XV) tenuto a Viterbo nell’agosto 1973 e dato alle stampe nel 1976 (Vita e Pensiero). Nella recensione si diceva: «Scopo della pubblicazione è quello didattico-scientifico che l’Associazione italiana dei Professori di Storia della Chiesa persegue con puntualità ed impegno»; e concludeva con queste parole: «Nel complesso le relazioni hanno efficacemente assolto al loro compito didattico e scientifico, ma nello stesso tempo offrono agli studiosi uno stimolo ad approfondire alcuni temi della Storia della Chiesa, ricchi di spunti di riflessione anche per la soluzione di certi problemi contemporanei»[14] (RSLR, 1/1978, p. 123).

Interessante il rapporto tra l’Associazione e il mondo protestante italiano, efficacemente sintetizzato nella presenza di Valdo Vinay ai nostri convegni. Nell’ultimo numero di Protestantesimo, Paolo Ricca ricorda i cento anni dalla nascita di Valdo Vinay, ne traccia il profilo di teologo valdese e pioniere dell’ecumenismo in Italia ed ha un riferimento molto significativo circa «il rapporto del Vinay con il cattolicesimo romano» e il suo ottimismo – oggi non condiviso da Ricca – verso una chiesa romana diversa dopo il Vaticano II[15].

Il ciclo dei “convegni a temi speciali”: un piccolo laboratorio

Si apre così l’8° Convegno (Santità e Agiografia), battistrada del nuovo ciclo dei “convegni a temi speciali”. Nella cronaca, pubblicata anonima – ma probabilmente di p. Martina – sulla Rivista di Storia della Chiesa (1/1989, pp. 269-271), non si nascondevano alcune difficoltà nell’organizzazione e nello svolgimento del Convegno: «Sono mancati alcuni nomi importanti e vari temi non sono stati affrontati. Sono poi sopraggiunti spiacevoli inattesi incidenti: alcuni relatori hanno annunziato la loro rinunzia alla vigilia dell’apertura del Convegno, e altri sono letteralmente scappati via dopo la loro relazione, impedendo così un dialogo che si prometteva interessante e istruttivo» (p. 269). Il bilancio, tuttavia, non si presentava del tutto negativo: il cronista, dopo aver descritto i vari interventi ed essersi soffermato sull’importanza metodologica delle relazioni di Grégoire e Saxer per la loro complementarietà, ricordava da ultimo le conclusioni di Martina, secondo cui il Convegno dava conferma del «maggior interesse del mondo italiano laico per la storia della Chiesa, intesa quale vita del popolo di Dio» (p. 270); inseriva poi alcuni apprezzabili rilievi sugli orientamenti della storiografia: «Da questo allargamento di interessi nasce l’attenzione all’agiografia. In quest’ambito, il Convegno ha consentito di verificare alcuni punti fermi, quali: i campi di ricerca relativi alla santità, alla agiografia e al culto, pur nella loro diversità; la gradualità del dono divino costituito dalla santità, frutto della libera cooperazione dell’uomo alla grazia; la stretta connessione tra il santo e il suo ambiente di vita; l’unicità del modello verso il quale è proteso il santo e, nel contempo, le molteplici modalità di riflessione dell’unico modello, con significative accentuazioni attuali verso modelli di santità provenienti da paesi extraeuropei e modelli di santità locali»[16].

Una volta pubblicati gli Atti ci fu anche uno spiacevole scontro epistolare tra p. Réginald Grégoire e p. Martina.

Meno di dieci anni dopo, qualche riferimento del Convegno Santità e Agiografia compariva nei primi due volumi dell’Associazione italiana per lo studio della santità, dei culti e dell’agiografia (AISSCA):[17] Santità, culti, agiografia. Temi e prospettive a cura di Sofia Boesch Gajano (Viella, Roma 1997) e Scrivere di santi a cura di Gennaro Luongo (Viella, Roma 1998).

Merita accenno specifico la reazione prodotta da due più recenti nostre pubblicazioni: Il cammino dell’evangelizzazione: problemi storiografici e Chiesa e Denaro.

Il volume Il cammino dell’evangelizzazione: problemi storiografici (Bologna, 2001) ha riscosso disuguali simpatie. P. Mario Menin, missionario saveriano, in un saggio dal titolo Storia e modelli della presenza missionaria della Chiesa – disponibile anche on-line[18] – scrive: «In Italia, anche a causa della mancanza di una scuola missiologica propria, non si segnalano studi storiografici di carattere generale, capaci di competere con quelli finora menzionati [Schmidlin,[19] Villoslada,[20] Deschamps,[21] Moltmann[22] e Delacroix[23]]. Ci si accontenta di traduzioni. Le opere di Roschini,[24] Costantini[25] e Grazzi,[26] sono di carattere piuttosto introduttivo alla storia delle missioni. A livello di metodo si continua [a coniugare] la revisione storica con l’interpretazione teologica. Un’ulteriore conferma in questo senso ci viene dal convegno di studi organizzato a Palermo nel  2000 dall’Associazione Italiana dei professori di Storia della Chiesa sul tema Il cammino dell’evangelizzazione: problemi storiografici»[27]. Accenno indiretto a questo Convegno anche in una cronaca di Francesco Sportelli, dove si richiama il foglio di lavoro presentato in quell’occasione da S. Palese su cultura storica e formazione teologica[28].

Nel saggio di Gianni La Bella La chiesa cattolica fra romanizzazione e americanizzazione nel volume curato da A. Giovagnoli e G. Del Zanna dal titolo Il mondo visto dall’Italia (Guerrini e Associati, Milano 2005, pp. 208-216), ci si occupa della storiografia italiana sulla storia del cattolicesimo in America Latina. Di Il cammino dell’evangelizzazione: problemi storiografici si ricorda il lavoro di Francesca Cantù: «La storia dell’evangelizzazione dell’America Latina è rimasta a lungo imprigionata, come ha notato giustamente la Cantù, tra una storiografia “che giudica necessario ‘difendere’ l’istituzione ecclesiastica e una storiografia che ritiene salutare ‘criticarla’”, mentre è quanto mai necessario aprire il campo ad una storiografia che intenda ‘autenticamente’ comprendere, attenuando l’enfasi istituzionale che caratterizza entrambe le correnti storiografiche, facendole muovere entrambe, sia pure per ragioni diverse, dalla convinzione che il processo di evangelizzazione abbia cristianizzato tutta l’America, che la fede cattolica si sia comunque impiantata sempre con successo nel nuovo mondo e che la religione cristiana abbia assunto forme unanimi di credenze».

Nel medesimo volume, scrive Maria Cristina Ercolessi nel saggio L’Africa australe e la storiografia italiana: «A differenza di quanto riscontrabile per gli studi sul Corno d’Africa, l’Africa meridionale e, al suo interno, il Sudafrica, hanno goduto di una scarsa attenzione della ricerca italiana»; l’autrice sembra non dare dunque spazio al lavoro di Fidel Gonzales. Questo, all’opposto, è segnalato nel recentissimo contributo di Ruggero Simonato, apparso sulla appena nata rivista parigina Histoire & Missions Chrétiennes del marzo 2007[29].

Anche il volume Chiesa e Denaro ha avuto riconoscimenti significativi. Nel convegno internazionale dal titolo Clero, economia e contabilità in Europa tra medioevo ed età contemporanea, promosso dal Centro di studi per la storia del clero e dei seminari e tenutosi a Siena dal 14 al 16 settembre 2006, Fiorenzo Landi ha affermato: «L’idea di un convegno che affrontasse il tema della contabilità all’interno del rapporto fra chiesa e potere economico in ambito europeo è il frutto di un dibattito recente avviato dagli storici della Chiesa con il Convegno di Aosta del 2003 dedicato al tema Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento e sviluppato in alcuni incontri promossi dal Cescles, il Centro di studi per la storia del clero e dei seminari di Siena. Poiché il tema del rapporto tra religione e potere economico è rimasto piuttosto marginale nella storiografia “laica”, questa marginalità ha dato ampio spazio all’intraprendenza degli storici della Chiesa» (ringrazio l’autore per avermi inviato il testo).

Non tiene invece conto del nostro volume il libro di Paola Vismara Oltre l’usura. La Chiesa moderna e il prestito a interesse (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004). Questo per un motivo molto semplice: il suo lavoro è nato nel 1998, quando tenne una relazione sull’argomento al Convegno per i cinquant’anni di Economia in Cattolica, e da lì si è sviluppato per molto tempo, tra l’impossibile vita in università da una parte e ricerche nelle biblioteche francesi e al Sant’Ufficio dall’altra. «Quindi – mi scrive la Vismara –  qualcosa di indipendente da Chiesa e denaro, come date e anche come taglio (soprattutto di storia delle idee, che a mio avviso resta fondamentale per capire la pratica)».

 Casi limite

Riscontriamo infine casi limite: alcuni siti anticlericali e vari teorici del decostruttivismo estrapolano a prestito frasi per lo più di Mezzadri e Martina per far vedere come gli studi ecclesiastici talvolta supportino le loro tesi e talvolta siano arrestati. Leggiamo di Enrico Galavotti, sul suo sito Homolaicus: «In uno degli ultimi libri pubblicati sul rapporto chiesa e rivoluzione francese (l’autore è L. Mezzadri, ed. Paoline 1989), si ha ancora il coraggio di sostenere che l’esproprio dei beni ecclesiastici fece perdere alla chiesa “libertà e dignità”, mettendo “il clero alla mercé del potere civile”; non solo, ma mentre si affermava il principio dell’istruzione e della sanità pubbliche “si profilava il carattere dello Stato moderno totalitario”(sic!). Altri risultati “nefasti” – a giudizio di Mezzadri – furono la laicizzazione del matrimonio e l’introduzione del divorzio!».

«Giacomo Martina – cito sempre Galavotti -, uno degli storici cattolici più aperti e disponibili a un confronto con le idee del mondo laico, […] ha il coraggio di sostenere che dovendo scegliere fra un regime di privilegio quale l’ancien régime dove “sotto un’etichetta cristiana si nascondono parecchi abusi”, e un regime di separazione, quello appunto giacobino, ove “affermazioni autenticamente cristiane sono spogliate della base cristiana”, il cattolico farebbe bene a scegliere il primo. […] In sostanza, Martina non si rende conto che i valori in sé e per sé non hanno “alcun valore” se non trovano una conferma nella prassi. Dire che la rivoluzione francese non ha fatto altro che riesumare antichi valori cristiani è come dire che il socialismo democratico non è altro che una rielaborazione, riveduta e corretta, del comunismo primitivo. Si può anche sostenere, al limite, che la maggior parte dei valori siano sempre gli stessi, ma questo cosa significa? Forse che il valore di per sé giustifica qualcosa? Il buon senso non vuole forse che la credibilità degli uomini la si misuri solo sulla capacità che hanno di mettere in pratica i loro valori di vita?».

Ci sarebbe poi da vedere quali storici siano citati da Karlheinz Deschner nella sua monumentale Storia Criminale del Cristianesimo, edita in Italia da Ariele (sono finora usciti otto di dieci tomi).

Prospettive per il futuro

Tento di aprire ora la riflessione su alcune perseguibili piste per il futuro: alcune sono prospettive concrete, di organizzazione e supporto al lavoro dei soci; altre sono indirizzi per l’attività, contenuti specifici che richiedono attenzione e impegno da parte dell’Associazione.

  1. Merita di essere posta in primo piano l’idea espressa da Giuseppe Battelli al nostro forum del settembre 2005. Questi avanzava una proposta concreta in merito al discorso su fonti e strumenti: «Individuare una sede istituzionale – ecclesiastica o civile, ciò che conta sarebbe la garanzia della sua apertura alla ricerca di ogni studioso – nella quale raccogliere su scala più ampia possibile alcuni generi specifici di fonti. […] I repertori già preparati attestano sia l’indubbio interesse sia la notevole mole di questo materiale. Ma dopo la loro consultazione ci si trova ovviamente di fronte al problema del dove reperire la fonte vera e propria. Occorrerebbe dunque predisporre un luogo nel quale si possa accedere direttamente a queste fonti trovandole raccolte in un’unica sede, o eventualmente in due/tre sedi individuate in ciascuna delle grandi aree del territorio nazionale. L’Associazione archivistica ecclesiastica e l’Associazione italiana dei professori di Storia della Chiesa, in considerazione dei propri compiti e della soddisfacente diffusione territoriale, mi sembrerebbero le più idonee a farsi carico di un tale progetto; ma nulla vieta, ovviamente, che altre istituzioni possano efficacemente concorrervi».

L’elenco di nuovi temi e nuove proposte potrebbe poi allungarsi:

  1. Chiesa ed odierno uso pubblico della storia: questo pone lo storico in continuo rapporto con il mondo della politica e con i mezzi di comunicazione di massa; penso a un Melloni).
  2. Le verità della storia e la storia della Chiesa.
  3. Chiesa e storia sociale e istituzionale: nuovi approcci metodologici (la comparazione, la quantificazione, l’uso della memorialistica) e nuovi riscontri interpretativi.
  4. La storia della chiesa e l’integrazione europea: storia delle relazioni internazionali in tutti i loro aspetti, politico, economico, sociale, culturale, religioso…
  5. Storia della chiesa al tempo di internet: le nuove frontiere della storia della chiesa e i nuovi linguaggi.
  6. Nuove prospettive per una storia dell’Inquisizione: gli studi di storia dell’Inquisizione sono in pieno sviluppo e le iniziative in corso sulla storia della censura, della lettura tra Ottocento e Novecento, delle controversie ideologiche filtrate lasciano prevedere una decisa crescita appena verranno meno i vincoli posti alle carte degli archivi ecclesiastici centrali; imperversa su questo argomento la scuola di Adriano Prosperi e compagni.
  7. La realizzazione del manuale di storia della chiesa/cristianesimo in Italia: è possibile finalmente mettervi mano? O per pensare/realizzare il manuale dobbiamo ripensare l’intera identità intellettuale della storiografia, dalla antichistica alla contemporaneistica? Che cosa ha impedito fino ad ora di realizzare il progetto: le varie consolidate abitudini di scuola? la tendenza allo specialismo? la mancanza di tempo per ripensare il senso dei nostri studi e riformulare le nostre capacità ed inclinazioni didattiche?
  8. La felice formula dei forum di settembre a Roma, che offrano occasioni di vero aggiornamento (visto il ritmo: quattro in sei anni); ad esso potrebbero affiancarsi incontri su un tema comune con le altre associazioni, non solo quelle cattoliche ma anche quelle laiche: la Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea), la Società Italiana delle Storiche, l’Aiscca…
  9. La pubblicazione on-line di una nostra rivista.

È in questo modo che la celebrazione dei quarant’anni di attività della nostra Associazione può diventare occasione feconda di aggiornamento e di ripresa, di adattamento ai moderni canali dell’informazione e alle odierne sfide scientifiche e di linguaggio. In tal modo si ripete la forza e l’audacia di trovare le vie efficaci dello studio e della comunicazione della storia che – come abbiamo visto per il quarantennio trascorso -, attenta ai quesiti, al contesto e alle esigenze del suo tempo, può farsi storiografia utile alla chiesa contemporanea… e alla società laica in cui essa si trova oggi a vivere a svolgere la sua missione.

 

[1] Cfr. G. Cracco, I quarant’anni della Rivista: per un primo bilancio, in RSLR, 3, 2006, 413-472.

[2] Continua Menozzi: “Il conseguente ripiegamento sull’erudizione, evidente soprattutto in Italia (F. Lanzoni, P. Paschini), venne superato dall’atteggiamento di compromesso nato nelle facoltà di teologia cattolica in Germania tra le due guerre. Ne fu significativo rappresentante H. Jedin, per il quale la storia della chiesa adotta il metodo storico nella determinazione dei fatti, ma al contempo riceve il suo oggetto dalla teologia, sicché può essere praticata solo dal credente che ne accetta l’origine divina e ammette l’intervento del trascendente nella causalità storica. Ma nuovi fattori spingevano verso un’evoluzione. Studiosi laici, da L. Febvre a D. Cantimori, cominciavano a sottolineare la rilevanza della conoscenza delle tematiche religiose per una corretta ricostruzione globale del processo storico, favorendo così l’introduzione dell’insegnamento di storia della chiesa nelle università statali. Inoltre all’interno di alcuni settori ecclesiali (M. D. Chenu, Le Saulchoir, 1937) maturava la convinzione che la teologia, in quanto riflessione razionale sul dato rivelato, era disciplina distinta dalla storia della chiesa, che perciò non riceve da altri ma trova in sé stessa i suoi criteri di lavoro. Nonostante l’opposizione romana queste tesi trovarono applicazione in diversi lavori pubblicati nel corso degli anni Cinquanta. In tal modo la proclamazione al concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et spes (1965), dell’autonomia della scienza finì per riconoscere una pratica ormai presente anche negli studi di storia ecclesiastica. Per quanto il dibattito tra i sostenitori di una visione teologica e di una laica della disciplina continui, anche per la sua compresenza nelle facoltà ecclesiastiche e in quelle statali, essa affronta ormai altri problemi: dal superamento della tradizionale ottica eurocentrica e confessionale alla compiuta storicizzazione attraverso l’inserimento nelle vicende delle società coeve, all’organizzazione di adeguati strumenti di lavoro per un’effettiva pratica scientifica”.

[3] G. Martina, Rassegne. I cinquant’anni della “Rivista della Storia della Chiesa in Italia”, in RSCI, 1, 2004, 211-216, la cit. 212.

[4] Ricerca storica e Chiesa locale in Italia. Risultati e prospettive. Atti del IX convegno di aggiornamento dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Grado, 9-13 settembre 1991), Roma 1995.

[5] La predicazione in Italia dopo il Concilio di Trento tra Cinquecento e Settecento. Atti del X convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Napoli, 6-9 settembre 1994), Roma 1996.

[6] I grandi problemi della storiografia civile e religiosa. Atti dell’XI convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Roma, 2-5 settembre 1997), Roma 1999.

[7] Il cammino dell’evangelizzazione. Problemi storiografici. Atti del XII convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Palermo, 19-22 settembre 2000), a cura di G. Martina e U. Dovere, Il Mulino, Bologna 2001.

[8] Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento. Atti del XIII convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Aosta, 9-13 settembre 2003), a cura di U. Dovere, [Storia del cristianesimo – saggi, 21], San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004.

[9] Le donne nella Chiesa e in Italia. Atti del XIV convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Roma, 20-22 settembre 2006), a cura di L. Mezzadri e M. Tagliaferri,  [Storia del cristianesimo – saggi, 22], San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007.

[10] RSCI, 1/2000, 188.

[11] L. Paolini, M. Tagliaferri, G. Battelli, Presentazione a Bologna del volume “I grandi problemi della storiografia civile e religiosa”. Atti dell’XI convegno del 1997, Roma 1999; RSCI, 1/2000, 188-189. Scrive ancora Paolini: «La Patrucco prende in esame il grande sviluppo delle cosiddette discipline ausiliarie – l’archeologia e l’epigrafia cristiana – e il loro fondamentale apporto nella revisione e “correzione della prospettiva unilaterale” fornita dalle fonti letterarie; principalmente in merito alla cristianizzazione (urbana e rurale), alla diffusione dei culti, alle sopravvivenze pagane, alla prassi religiosa reale e quotidiana, alla religiosità popolare, alla pluralità di modelli di Cristianesimo vissuto. Ma anche l’adozione di tecniche proprie della sociologia, dell’antropologia, e l’applicazione dell’analisi strutturale alle fonti neotestamentarie, patristiche ed agiografiche, hanno prodotto risultati innovativi, contribuendo fra l’altro a rimuovere l’immagine di una chiesa catacombale e clandestina nei primi due secoli di vita. Fra le tematiche storiche, più frequentate negli ultimi vent’anni (controversie dottrinali del III-V secolo, l’agiografia, il donatismo e la dissidenza religiosa, la carità organizzata), resta aperto il problema storiografico generale circa il rapporto fra la storia della Chiesa e la storia delle Chiese particolari, sottoposto a sollecitazioni di ordine teologico e ideologico; aggiungerei anche attualizzanti».

[12] Cfr. S. Tanzarella, La purificazione della memoria. Il compito della storia tra oblio e revisionismo, Edb, Bologna 2001, 29-39.

[13] Anche la prima recensione apparsa sulla Rivista di Storia della Chiesa in Italia è del 1978.

[14] “Rivista di Storia e Letteratura Religiosa”, 1/1978, 123.

[15] P. Ricca, Valdo Vinay: teologo valdese e pioniere dell’ecumenismo in Italia a cento anni dalla nascita, in Protestantesimo, anno 62, n. 2, 2007, 73-84. Vinay si esprime in modo duro in un giudizio sostanzialmente negativo sull’evangelizzazione valdese ed evangelica in Italia (Storia dei Valdesi, III: Dal movimento evangelico italiano al movimento ecumenico (1848-1978), Claudiana 1980, 469 e 481): «Si sarebbe dovuta seguire un’altra via, non quella di costruire una piccola chiesa alternativa, ma quella di assecondare la riforma interna della chiesa cattolica, trasmettendole stimoli, impulsi, sollecitazioni, facendo leva sulle persone e sui gruppi o movimenti già orientati in tal senso». Se da metà Ottocento fino al Concilio Vaticano II «mancavano i presupposti storici per pianificare una predicazione evangelica in Italia in modo essenzialmente diverso da quello che si è seguito» (479), ora, dopo il Vaticano II, le condizioni sono mutate: «Anche la Chiesa romana […] è diversa» (82-83).

[16] Continua il cronista: «Restano, per converso, aperti alcuni problemi. Gli orientamenti della storiografia nel settore specificamente agiografico possono sintetizzarsi in due indirizzi. Per quanto concerne l’analisi delle fonti aspetti teologici e aspetti storiografici finiscono per connotare due filoni di ricerca e conseguenti linee interpretative. Gli aspetti relativi alla devozione al santo sottolineano, di volta in volta, il valore strettamente religioso e il carattere folkloristico e sociologico. Ma la questione centrale, a ben vedere, si sostanzia nelle domande: “il culto del santo spinge veramente a Dio? La ricerca del miracolo, l’attesa di un appoggio straordinario non può costituire un pericolo?”. Inoltre, la “politica della canonizzazione”. La crescita dei processi di beatificazione e di canonizzazione, come si sta svolgendo, è positiva o negativa? E ancora altre due questioni, sfiorate ma non sviluppate dal convegno. Sono esistiti, i santi contestatori? Una figura questa che sembra quasi scomparsa. Fino a che punto i santi sono condizionati dal loro ambiente, dalla loro famiglia e, per converso, fino a che punto la Chiesa ha riconosciuto la santità di persone psicologicamente limitate? Restano, tuttavia, oltre ai problemi aperti, alcune acquisizioni fondamentali, emerse dal convegno: il santo è nello stesso tempo uno degli specchi della società del suo tempo; non si può conoscere una data epoca, la mentalità, le condizioni socio-economiche e politiche di quel tempo se non si conoscono anche i santi. In sostanza, lo studio dei santi, il loro insegnamento, solleva tanti problemi perché il santo è specchio del tempo, condizionato largamente dal suo tempo, ma anche maestro del suo tempo, richiamo ad un’ideale sempre valido» (270-271).

[17] Alcuni nostri soci vi appartengono, alcuni sono soci onorari.

[18] URL: www.fondazionecum.it/archivio/44/05 Teologia.

[19] Cf. J. Schmidlin, Katholische Missionsgeschichte, Steyl, 1924 (trad. italiana di G. B. Tragella, Manuale di Storia delle Missioni Cattoliche, 3 voll., Milano 1927-1929; del primo volume 2 1943).

[20] Cf. R. G. Villoslada, Los historiadores de las misiones. Origen y desarrollo de la bibliografía misional, Bilbao 1956: opera utile soprattutto per l’aggiornamento e la valorizzazione delle indicazioni bibliografiche.

[21] Cf. B. Deschamps, Histoire générale des missions, Aucam, Louvain 1932. Opera in collaborazione, scientificamente disomogenea, che dipende dagli autori.

[22] Cf. F. J. Moltmann, Manual de Historia de las Misiones, Bilbao 1952 (la prima edizione è in latino, Shangai 1935): opera erudita, bibliograficamente ben fornita; pregevoli le sezioni riguardanti la Cina e l’America Latina.

[23] Cf. S. Delacroix (dir.), Histoire universelle des Missions Catholiques, 4 voll., Editions de l’Acanthe-Grund, Monaco-Paris 1956-1959 : un’opera di grande respiro, che ha segnato una tappa importante nella storiografia missionaria, perché non presenta solo la successione dei fatti, ma anche le figure dei grandi missionari, le loro idee e i diversi metodi (S. Bonifacio, Raimondo Lullo, S. Francesco Saverio, Valignano, Ricci, de Nobili, de Rhodes, ecc.); inoltre mette in risalto il rapporto del cristianesimo con le diverse culture, presentando l’azione missionaria della Chiesa nei contatti con le religioni non cristiane e con i fratelli non cattolici, nel dialogo con il mondo moderno e postcristiano.

[24] Cf. G. Roschini, Le Missioni Cattoliche, Torino 1939.

[25] Cf. C. Costantini, Le Missioni Cattoliche, Milano 1949.

[26] Cf. L. A. Grazzi, Modi e metodi dell’evangelizzazione, in Fede e Civiltà, 5/1963, 1-48.

[27] Cf. G. Martina e U. Dovere (a cura di), Il cammino dell’evangelizzazione. Problemi storiografici. Atti del XII Convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Palermo, 19-22 settembre 2000), Il Mulino, Bologna 2001; S. Tanzarella, Problemi storiografici dell’evangelizzazione, in Rassegna di Teologia, 42 (2001), 567-583.

[28] F. Sportelli, Lo stato della storia del cristianesimo oggi in Italia. Un convegno dei docenti universitari italiani sulla ricerca scientifica e le strutture di dattiche, in “Rivista di scienze religiose”, 37/2005, 141-145. Il breve testo di Palese è pubblicato in “Rassegna di Teologia” 41, 2000, 907-908

[29] R. Simonato, Entre érudition et dynamiques ecclésiales, les orientations de l’histoire  missionare en Italie au XXe siècle, apparso sulla appena nata rivista parigina Histoire & Missions Chrétiennes diretta da Paul Coulon (trimestriel, mars 2007, n. 1, 81-103: numero monografico dedicato a Bilan et perspectives en histoire missionarie. France, Belgique, Pays-Bas, Italie).