Valtellina: Riforma/Riforme in un territorio di confine – vol. I

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    Autore: Lovison Filippo

    Il territorio di confine della Valtellina appare sempre più cartina tornasole degli impervi tornanti storiografici d’Europa, all’indomani della divisione religiosa e la nascita delle chiese territoriali; primo destinatario di un’inquietudine di coscienza tra il rispetto delle leggi e i dettami della propria professione di fede, quasi in bilico tra la fedeltà alla propria tradizione – «quasi per manus traditae» – e l’esposizione ai variabili assetti geopolitici del tempo.

    Situazione non tanto diversa agli inizi del Seicento quando, accanto all’instabilità degli steccati confessionali, la Valtellina – assieme a Chiavenna e Bormio soggetta ai Grigioni dal 1512 al 1797 – rappresentava un “crocevia d’Europa” e un luogo di sfide decisive in una situazione non facile per il papato, come riconosciuto dal Tallon nel suo volume Conflits et médiations dans la politique internationale de la papauté, p. 120: «Dans les faits, la diplomatie pontificale est bien consciente non seulement des limites des moyens militaires de l’État pontifical, mais même de sa difficulté à mener seule une politique européenne, fut-ce celle de la médiation».

    Nella vallata – così lontana dagli echi delle grandi città – si conduceva una vita montanara ritirata e dura, contribuendo a fare della Valtellina un rifugio per gli italiani esuli religionis causa e una via sicura di transito per la Svizzera e il Nord Europa: qui si fermarono i maggiori riformatori italiani: da Bernardino Ochino, a Pier Paolo Vergerio, a Pietro Martire Vermigli. Non avevano, infatti, ancora portato ad apprezzabili risultati l’attuazione dei decreti tridentini, di cui il papato aveva promosso l’esecuzione anche a Como inviando il Consiglio della Congregazione Tedesca, fondato nel 1569, e i cosiddetti “nunzi di riforma” nei paesi già passati all’eresia o minacciati dalla stessa. Da qui le non facili visite pastorali in Valtellina. Lo stesso San Carlo Borromeo, il 27 novembre 1582 aveva ottenuto l’incarico di Visitatore apostolico delle diocesi della Svizzera e dei territori ad essa soggetti, riscontrando de visu come il maggiore pericolo per la fede proveniva dall’ignoranza. Dopo di lui, i vescovi di Como cercarono di porre in essere l’azione restauratrice tra le mille difficoltà delle loro visite pastorali alla Valtellina come ai contadi di Bormio e Chiavenna, sempre vigilati speciali a causa del proselitismo protestante.

    In questo scenario, la documentazione per lo più inedita custodita nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede permette di studiare l’esercizio di giurisdizione del Santo Officio in Valtellina agli inizi del Seicento, rivelando interessanti dinamiche di una situazione in movimento circa la natura dei rapporti tra cattolici e riformati, rispetto alle successive regolamentazioni di natura politico-istituzionale. Di fatto si cercava di eludere questi steccati ricorrendo ai mezzi più impensati. Se era ancora ben presente nella memoria comune come nel 1549 l’Inquisitore domenicano Michele Ghislieri (futuro San Pio V) – in un tempo di forti contrasti tra l’Inquisitore e i canonici del Duomo – aveva fatto sequestrare 12 balle di libri eretici che provenivano dalla Valle di Poschiavo (Grigioni), per esser poi smistati in tutta l’Italia settentrionale, nell’anno 1624, benché la diffusione della stampa protestante fosse diminuita notevolmente, anche il rinvenimento di un semplice libretto sospetto bastava a destare grande allarme (nel faldone citato in bibliografia: – Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698) – a c. 609c, a questo proposito, si trova l’esemplare di un libriccino in quegli anni inviato a Roma dall’Inquisitore di Como Fra Giacomo Tinti da Lodi, e dal titolo Alphabeto volgare italiano, stampato per P. de la Rovere, MDCV, cm. 8 (larghezza) x 10.5 (lunghezza). Presenta una copertina dal colore grigio, per meglio mimetizzarsi in una sacca di viaggio o in un carro carico di fieno. Contiene l’alfabeto, come impararlo, e poi le preghiere).

    In particolare lo studio della documentazione relativa all’anno 1624 appare significativa circa la Controriforma – dai fictis catholicis ai «Catholici vecchi» – che convogliava sulla figura dell’Inquisitore le più diverse pressioni provenienti dalle classi sociali più elevate e dagli ecclesiastici più zelanti, come pure dai diversi e ben saldi vincoli di solidarietà montana dei «parenti, et amici nell’Alpi» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), c. 13, Poschiavo, 15 aprile 1624, Lettera inedita del Padre Paolo Beccaria, curato di Poschiavo, al «Molto Illustrissimo e Reverendissimo Padre Signor et Pron. Osservandissimo».

    Grazie alla sua particolare posizione “di mezzo” dell’Inquisitore – che si trovava tra la Congregazione del Sant’Ufficio e la società civile ed ecclesiastica della Valtellina (in una specie di triangolazione: Como – Valtellina – Roma; sempre all’interno del cerchio, benché imperfetto, rappresentato dal Ducato di Milano) –, dall’analisi della sua corrispondenza appaiono interessanti aspetti del nervosismo serpeggiante tra cattolici e riformati, rispetto alle successive regolamentazioni di natura politico-istituzionale, messe ben in evidenza, per esempio, da studi recenti.

    I contorni incerti e per certi versi paradossali, sempre in bilico da tra “memorie opposte” che cercano un loro spazio politico e religioso di tutela e di garanzia, e tra le “piccole e grandi storie” di coloro che – a diversi livelli – lavorano per una normalizzazione dello status quo, emergono tra le carte del Fondo Comensis, che riportano esempi esplicativi.

    Il primo riguarda il cappuccino Fra Arsenio da Desio, che riferisce all’Inquisitore quanto di sua conoscenza a proposito di un certo Giovanni Enrico: «Giovanni Henrico par ben Italiano ha detto alcune heresie nel Monastero nega il libro arbitrio, contra le sante imagini, è lecito alli Religiosi haver moglie, le buone opere non son necessarie havendo patito Christo a bastanza, l’heresia di Calvino è la meglior Fede, over Religione che sia; ciò non li posso provare perché eravamo io, et lor duoi Calvenisti, ho fatto il debito mio, et convinti m’hanno accusato al Capitano. Sono avisato a star sopra di me acciò non sia battuto, et se io me ne andarò in Palazzo è pericolo che mi butti giù della scala, ha dato ordine che non mi lasciano intrare in Palazzo, non me ne curo punto del fatto suo, volontieri lasciarò la vita per la fede tanto come l’ho fatto a dire. Si lamenta, ch’io habbia voluto convertire le moglie delli suoi Cavaleri, cioè Bariselli; sono due donne Cattoliche, quali l’anno passato si volevano confessare, li suoi mariti, benché Luterani, si contentavano a mia richiesta, ma gli hanno fatto intendere, che subito che fussero confessate gli haria discacciate dal Palazzo contro li ordini del suo paese, nel qual si promette la libertà delle conscienze, et credere quello che li piace» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), c. 83, Lugano, 20 marzo 1624, Lettera inedita di Fra Arsenio da Desio).

    Il secondo riguarda il Signor Paganino della Valle di Poschiavo, che, a detta di informazioni ricevute da parte del Rettore P. Reginaldo da Coira (Curia Rhaetorum) e da alcuni grigioni cattolici come da eretici: «Cioè ch’egli sia evangelico secundum Calvinum nel cuore, e Papista di fuori, che sia la speranza delli Heretici Grisoni, e che loro gli procurino il Vescovato quanto possono, et egli lo tiene per sicuro, et a questo fine ha procurato d’esser fatto Canonico di Coira, et il Reverendissimo Monsignor Vescovo con li Signori Canonici lo hanno fatto agente appresso la Sedia Apostolica. Sapendo io l’amicizia grande che è fra il Molto Reverendo Signor Curato di Bruglio, et il detto Paganino, gli feci una domanda, che opinione habbia del Paganino. Mi rispose che è vero ch’egli sia la speranza delli heretici Grisoni, et di molti Valtellinaschi fuggitivi, e che procura, anzi promette a se stesso il Vescovato come sicuro, e che se non potrà spuntare, che senza dubbio diventarà pazzo, e matto, overo ritornerà Predicante, e che poco bene senta della fede catholica, disse quest’argomento, che lo haveva condotto seco in carrozza di Roma sino a Milano, e di qua sino a Buglio alle sue spese, né mai l’haveva visto dir l’Officio divino, né Rosario, né la corona, né anco dir un sol Pater, né Ave, né mai visto farsi il segno della Croce, et ogni volta che lo voleva condurre alla Messa si mostrava tanto difficile, come se havesse d’andare alla forca. L’istesso diede conseglio al Padre Lettore Curioni, che dovesse vendere alli Grisoni il nostro Convento, cosa dalli Grisoni heretici più che ogni altra cosa desiderata, e procurata, e tutti quelli Grisoni, a’ quali doverebbe esser venduto il Convento sono heretici, cioè quelli di Coira, e quelli d’Engandina, li quali sino adesso hanno signoreggiato, e maneggiato il Convento. De vita, et moribus il Signor Curato di Tirano, quale ha doi lettere del Paganino nelle quali dice d’esser uno delli buoni nella Corte Romana, quel di Morbegno, e quello di Poschiavo, et il Signor Potestà di Morbegno gli daranno piena informatione. Non ho voluto, né potuto mancare di scrivergli le cose suddette accioché lei possa provedere» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), cc. 34-35, lettera inedita di P. Reginaldo da Coira, Morbegno, 10 marzo 1624, all’Inquisitore di Como).

    Il terzo riguarda il Vicario dell’Inquisitore che si trovava a Poschiavo, di nome P. Paolo Beccaria, curato di Poschiavo: «Il Lunedì Santo havendo qua sbirri da Tirano per far far qualche captura, intendendo come in certa hosteria si trovava un heretico de forisciti di Puschiavo de’ più ribaldi, mi partii dalla Chiesa ove havevo l’impiego per far quest’attione che giudicavo di gloria grande al Signore Vostro in persona alla casa, comando a i fanti che assaliscano questo tale, e assalito nella stanza ove si ritrovava a tavola, sono subito da lui scoperti, e perciò prende una pistola in mano, e dice che vivo non si vuol render se non in mano del Podestà del luogo. Inteso questo corro dal Podestà, e li dico che lo facci prigione a nome del Santo Officio; e mentre il Podestà rauna alcuni consiglieri per consultar ciò che ha da far in tal negotio, esso messisi insieme alcuni Neofiti amici, e parenti del reo, i quali assalendo i birri dal un canto, e porgendo arme a quello che si doveva far prigione aprirono la strada alla fuga, ma prima di fugire sparò la pistola a un de’ birri in un braccio senza però offenderlo molto; ma questo tale poi, cioè il birro, fu da un altro de’ sudetti immatuito con un sasso nel capo senza grave pericolo; però per quanto sin hora si è scoperto, mi trovai in mezzo anc’io a questa baruffa per ovviar a molti mali che mi parea di prevedere. Non ho sin hora processato per i molti affari e per alcuni buoni rispetti. Lo farò di giorno in giorno, e ne darò parte a Sua Paternità Reverendissima supplicandola in questo passarvela per questa volta quanto più levemente sij possibile contro questi tali per veder pure se si potessero aiutare le lor anime. Aspetto poi Sua Paternità Reverendissima quanto prima se non sarà necessario  per il felice progresso del Santo Officio in questo luogo ch’io mi transferisca costì per molte cose che hora per non attediarla tralascio. E qui facendole riverenza finisco» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), c. 7, Poschiavo, 8 aprile 1624, lettera inedita di P. Paolo Beccaria).

    Traspare in modo significativo dai documenti fin qui pubblicati la debolezza della presenza del Santo Officio nel territorio, al punto che lo stesso Vicario dell’Inquisitore non mancava di scrivergli per suggergli quattro rimedi, affinché si potesse esercitare realmente il Santo Officio in quei luoghi: «Visto, e considerato l’eccesso a’ giorni passati commesso contro il Santo Officio circa il scacciar, et mal trattar de fanti, del qual prima anco gli ne ho mandata l’informatione, e processo, ho comminciato a pensar a rimedij, intorno a’ quali dirò il mio parere, che servirà a Sua Paternità Reverendissima solo come di bozzatura, sopra la quale spiegando la perita mano del suo maturo giudicio verrà a triarla a perfettione. La prima cosa dunque ch’io giudico almeno espediente per far, ch’il Santo Officio fruttuosa, et felicemente s’esserciti in questo luogo è, che la Sacra Congregatione si compiaccia di dicchiarare, et insieme far intender al Conseglio, et Communità di Puschiavo, come il Santo Officio ha preso sufficiente possesso appresso loro di maniera, che non vaglia loro il dire che non sij stato accettato, non essendo però anche sin hora stato da essi contradetto a nome publico alle attioni sue. In oltre commetti, et commandi alla suddetta Communità il prestar braccio per aiuto dell’essercitio d’esso Santo Officio, che sarà secondo i tempi, et le opportunità richiesto da suoi ministri. Commetta inoltre all’Eccellentissimo Signor Marchese di Bagni l’assistenza a’ ministri del Santo Officio, come di sopra in tutte le maniere, et bisogni. E quel che sarebbe la massima per mezzo del detto Signor Marchese procuri, che siano scacciati dall’Agnedina alta i forusciti heretici di Puschiavo, altrimenti sarà impossibile il tenerli lontani dalla conversatione et cohabitatione de parenti, et amici nell’Alpi, ove per 4 mesi continui dimora la maggior parte della plebe, et mezzani di Puschiavo; non per questo rispetto solo si deve ciò procurare, ma per assicurar insieme gl’istessi Catholici del luogo, a’ quali da un mese e mezzo in qua incirca è stato da detti forusciti heretici minacciato il fuoco, come consta per publica fama d’avisi dati a’ suoi parenti, et amici neofiti, che portassero le robbe loro ai monti prima del mese di maggio, affinché poi dandosi il fuoco alla terra, benché l’animo fosse solo contro i Catholici vecchi, essi anco non restino occupati, e consumati. Del qual lor pessimo dissegno ne dà anco chiarissimo indicio un processo per altro fatto dal Podestà del luogo di cui le ne mando la copia. Ne taccerò che dall’accennato tempo in qua l’istessi neofiti mi si mostrano di gran longa meno obbedienti del solito, anzi molto renitenti, come ne fa fede l’eccesso occorso, e molte altre impertinenze, quali per brevità tralascio. E gli altri stessi confederati delle 2 leghe, per quanto si dice, benché si siano due volte raunati insieme in publico Pitacco, non hanno però chiamato la Communità di Puschiavo, non credo per altro, se non per l’odio ch’hanno, che ivi si esserciti il Santo Officio, e per i continui mali officij, che fanno questi forusciti; al che sarebbe bene mettesse qualche mano per rimediarci la Sacra Congregatione per via pure del detto Signor Marchese, o in altro modo, perché di ciò ancora si serve il commune nemico per render odioso il Santo Officio appresso etiandio quelli di mezzana mente di questa Communità. L’eccesso anche passato richiederebbe, che in tutti i modi si procurasse d’haver prigione il capo di detta sollevatione per nome Mattheo Moti, come sta nel processo, qual per timore è scappato in Agnedina alta otto giorni sono. Quest’è quanto par a me espediente per la duratione e felice progresso di questo Santo Officio in queste parti, e, o in questa, o in altra maniera supplico Sua Paternità Reverendissima procuri sij fatto ostacolo incontinente all’imminenti pericoli accennati, con che finisco in farle riverenza» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), c. 13, Poschiavo, 15 aprile 1624, lettera inedita del Padre Paolo Beccaria, curato di Poschiavo).

    Riflessi di una situazione precaria che si incontra anche nelle cosiddette retrovie. Lo stesso Inquisitore di Como constata amaramente nella sua lettera del 6 maggio 1624, che, nel caso di Como, dove risiede, «Il braccio per gratia di Dio in questa Città lo ha il Santo Officio, senza mendicarlo né dal Vescovato, né dal foro secolare, mercé che i Crocesegnati son sempre pronti ad ogni cenno dell’Inquisitore; ma l’andar a catturar quei Giovani de’ quali ho già scritto, et por mano in quel paese con la Corte armata haverebbe del certo partorito qualche grave inconveniente, né dal Capitano (senza il cui consenso non haverei potuto effettuar alcuna cosa) non haverei mai ottenuta licenza, massime essendo colà quei due heretici sotto l’ombra, et protettione di esso. Et quando bene mi fosse riuscito (come già pensavo di farlo) di prender coloro per forza con mano armata de Crocesegnati, questo sarebbe stato pericolosissimo, et quando non altro sarebbe stato un farli bandir perpetuamente, et quei Crocesegnati, che havessero accompagnato l’Inquisitore, et l’Inquisitore istesso con perder affatto quel poco essercitio che del Santo Officio pure in quelle parti vi resta. Sono nondimeno quei due heretici partiti di là in virtù della mia lettera che scrissi a Monsignor Nontio, et prima di quello che havessi potuto essequire l’ordine della Santità di Nostro Signore di carcerargli. Devo però dar parte a cotesto Sacro Tribunale che con l’occasione di questi due heretici la Dieta de Svizzeri Catholici ha conchiuso quanto Vostra Signoria Illustrissima vedrà in questo alligato foglio che è copia tratta da un’altra che hieri l’altro mi mandò il Signor Vicario Generale, in virtù del quale spero nell’avenire di poter proceder con maggior braccio, et libertà di quello si faceva per il passato…» (ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), c. 18 Como 6 maggio 1624, lettera inedita di Fra Giacomo di Lodi, Inquisitore di Como).

    Il 23 luglio 1624 l’Inquisitore di Como scriveva a Roma usando il termine “benignità”, che bene sintetizzava l’attività del Santo Officio qui svolta: «Ancorché vi sia stata gran difficoltà l’introdur in Poschiavo l’essercitio del Santo Officio, nulla di meno è piaciuto a Dio, la cui causa si trattava di dar felice fine a quanto ho negociato, al che ha giovato molto il mostrar la lettera scrittami a parte da cotesta Sacra, et Soprema Congregatione et un’altra del Signor Marchese di Bagni scritta a mia instanza al Consiglio di detta Terra; il quale non solo si è congregato due volte, ma la mattina di San Pietro, dopo haver io predicato, si congregarono tutti gli huomini della Communità, che è uno per casa, stando che vivano a Republica Democratica come tutti li Grigioni, per trattar se dovevano accettar il Santo Officio, benché io sempre al Podestà, et Consiglieri protestassi, che non volevo dipender dalle loro determinationi, ma che volevo essercitar l’officio mio conforme al commando della Santità di Nostro Signore, alla quale eglino dovevano prontamente obedire. Il che anco publicamente in pulpito nel predicar io dissi; finalmente volsero far Communità, nella quale prevalendo i Catholici vecchi determinarono di voler in tutti i modi si essercitasse l’Officio dell’Inquisitione, come Vostra Signoria Illustrissima vedrà in questa protesta, che le mando, della quale ne ho fatto fare authentico rogito. Mi venne in animo di farli giurar conforme alle leggi, ma giudicai bene non passar più avanti, acciò eglino per timor di nuovo giuramento non si ritirassero dalla promessa fatta, et intorbidasse il negocio, stimando che bastasse al mio intento quanto si era fatto. Fu preso a Brusio, terra della Valle di Poschiavo, et confederata con Poschiavo, un heretico nativo già fugitivo, che vi venne senza licenza contro gli ordini del mio Vicario di Poschiavo, che sotto pena di ducento scudi di mia commissione, commandò che niuno senza sua licenza potesse venire in Poschiavo, et in Brusio; et fu mandato in Tirano carcerato. Il quale essendosi ridotto a farsi Catholico, l’ho fatto abiurare, l’ho dichiarato incorso nella pena di ducento scudi, ma poi per mera gratia gli l’ho condonata. L’ho bandito per cinque anni da Bruso, et da Poschiavo con sigurtà di presentarsi ogni volta, che sarà chiamato, come vedrà dalla copia della sentenza, che qui colligata le mando: et ciò a buon fine, perché andandovi adesso portava pericolo di esser ammazzato, et il proceder seco con questa piacevolezza ha dato grande edificatione, oltre che ha assicurata quella Valle di Poschiavo della benignità, con che procede il Santo Officio, né più l’hanno in quell’horrore che prima l’havevano. Con la medesima benignità secondo l’ordine di cotesta Sacra Congregatione ho trattato con due di quelli, che hebbero parte in pigliar da i sbirri quel prigioniero, che il Curato di Poschiavo voleva far carcerare, havendo riguardo tanto al loro esser comparsi da se medesimi, quanto alle raggioni, che in loro diffesa adducono. Come anco, stante le cose, perché mi bastava far in quella Terra atti giudiciali per meglio impossessarmi, et tanto più, che il primo fu essaminato avanti, che la Communità si deliberasse di accettar (come loro dicevano) il Santo Officio et dei loro detti mando anco copia con questa mia, essendosi di già mandato il resto in questa causa formato da quel Curato mio Vicario. Il principale però, che già offese i sbirri per nome Mattheo Regazzo detto Mat se ne fuggì, né mai più è ritornato, egli era heretico, mostrava di esser divenuto Catholico, ma giudicialmente non ha abiurato. Contro del quale se piace a codesta Sacra Congregatione procederò, chiamandolo come absente. In che non credo vi habbia ad esser più difficoltà alcuna. Invio nelle mani dell’Illustrissimo Signor Cardinale di Cremona quanto ho fatto contro di Paganino Gaudenzo da Poschiavo, contro del quale però non risulta altro di certo, salvo di haver detto che le Historie di Gioseffe hebreo siano di maggior authorità delle Epistole di San Paolo. Mi informai di lui estragiudicialmente dal Curato di Poschiavo, il qual mi disse di non haverli sentito a dir cosa di male circa ai particolari della fede, ma che in moribus non è di molta edificatione; come dire, che sarà bene il tenerlo lontano da quei paesi. Devo dar parte a cotesto Sacro et Sopremo Tribunale, che havendo il mio Vicario in Poschiavo sempre ovviato, che gli heretici, massime i Poschiavini fugiti come più perfidi, et pericolosi venissero in Poschiavo senza licenza, procurando di far carcerar quelli, che vi venivano, come già occorse a colui, che fu levato da le mani de sbirri, et a colui, che di sopra scrissi fu preso in Brusio. Le due Leghe, Grisa, et della Casa di Dio si sono lamentate con la Communità di Poschiavo, cercando per lettera commune, che si lascino venire, et rimpatriare detti heretici acciò possino godere le loro facoltà. Della qual lettera hauta in Brusio al mio ritorno da Poschiavo, ne mando copia, et vedrà da essa codesta Sacra Congregatione quanto sicure potrebbero essere le cose della Santa Fede nella Valtellina, quando di nuovo si possedesse da Grigioni, benché anco Catholici, che pur Catholico, come ne sono informato è il sottoscritto capo della Lega Grisa. Et per essequir l’ordine di cotesta Sacra Congregatione in darle compita informatione di quanto ho fatto in Poschiavo, aggiongo che per molte necessarie cause, non si potendo impedir per hora in tutto il commercio delli heretici con Poschiavini, sì per i beni, che alcuni ivi posseggono, sì per altri interessi di danari, et di contratti, che vi hanno, ho lasciato, et publicato ordine, che niuno de tali heretici possa fermarsi in detta Terra senza licenza del mio Vicario et per quel poco tempo, che da lui sarà giudicato necessario con questo che non raggionino di cose di religione, né diano scandalo, né in fatti, né in parolle, et anco, che questo mio ordine solo vaglia sino a tanto, che piacerà a cotesta Sacra Congregatione di ordinar altrimenti. Finalmente il Podestà di Poschiavo con il Conseglio, mi pregorno di significare alla Santità di Nostro Signore la loro buona volontà, et prontezza, et come sempre saranno obedienti figliuoli a sua Beatitudine. Il che io faccio, et per loro consolatione et per debito mio…» ACDF, St. St. L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), cc. 28 e 43, 23 luglio 1624, lettera inedita di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como a Roma).

    Concludendo, nel caso specifico dell’attività dell’Inquisitore di Como – fenomeno che sembra però essere ben più generale – i primi studi effettuati sulla specifica documentazione Circa exercendum S. Officium Valletellina et Valle Pragellini, nel periodo considerato rivelano una situazione sul territorio ben più sfumata rispetto a quanto sostenuto dalla recente storiografia, che ha finito per porre i vescovi in una condizione di assoluta inferiorità di fronte all’intervento di una apposita e ben strutturata Congregazione esterna deputata alla lotta contro l’eresia. Dinamiche di un territorio di montagna particolarmente complesso che si lasciava alle spalle l’ambiguità di tutto un secolo, dal 1512 al 1620, “fra autorità grigionesi e gerarchie cattoliche”, ossia di due giurisdizioni, quella politica esercitata dai rappresentati riformati (zwingliani) dei Signori delle due Leghe, e quella ecclesiastica rappresentata dai Vescovi di Como che si sono succeduti, i cui resoconti delle Visite pastorali – già ricordate – evidenziano la debolezza della giurisdizione ecclesiastica della curia comasca sulla Valtellina. In questo contesto si inserisce la figura dell’Inquisitore, per il quale recenti studi avanzano l’ipotesi che la sua figura emerga solo alla fine del ’500, e che i veri protagonisti della repressione delle riforme protestanti in Italia siano stati dunque i Vescovi e i Nunzi.

    APPENDICE

    ACDF, St. St. (Stanza Storica) L 7 b. Comensis. N. Primo.
    Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698)
    [Grosso faldone in cattive condizioni di conservazione]. N.B. significativamente all’inizio del faldone si trovano dei fogli sciolti molto rovinati, a brandelli, senza segnatura particolare. Sono ciò che rimane degli Articoli della Capitolazione tra Sua Maestà  e SS. Grigioni del 7 novembre 1639 concernenti la Religione Cattolica in Valtellina e Contadi di Bormio e Chiavenna.

    Lettere inviate da Fra Giacomo di Lodi

    • 1: Como, 10 aprile 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi, Inquisitore di Como
    • 6: Como, 16 aprile 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi, Inquisitore di Como
    • 12: Como, 30 aprile 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi, Inquisitore di Como
    • 18: Como, 6 maggio 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi, Inquisitore di Como
    • 28, 43: Como, 23 luglio 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 44: Como, 23 luglio 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 50: Como, 30 luglio 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 66: Como, 3 settembre 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 74: Como, 1° ottobre 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi inquisitore di Como
    • 78-79: Como, 9 gennaio 1623. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 80: Como, 26 settembre 1623. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 82, 85: Como, 26 marzo 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como
    • 86: Como, 17 aprile 1624. Lettera di Fra Giacomo di Lodi Inquisitore di Como

    Lettere ricevute da Fra Giacomo di Lodi

    • 2: Lugano, 5 aprile 1624. Lettera di Giovanni Antonio Castoreo
    • 3: Lugano, 4 aprile 1624. Lettera di Sebastiano Berlingher
    • 34-35: Morbegno, 10 marzo 1624. Lettera di P. Reginaldo da Coira (Curia Rhaetorum)
    • 35: Morbegno, 30 marzo 1624. Lettera di P. Reginaldo da Coira
    • 46: Bondo, 10 luglio 1624. Lettera di P. Giovanni Battista Commabio
    • 51 Coira, 19 giugno 1624. Lettera del Vescovo di Coira Giovanni Flugi de Aspremont (lettera in latino)
    • 67: Soglio, 26 agosto 1624. Lettera di Fra Amadeo da Milano, cappuccino
    • 68, 71: Chiavenna, 21 agosto 1624. Lettera di Fra Costantino da Cremona, cappuccino
    • 69: Vicosoprano, 26 agosto 1624. Lettera di Fra Costantino da Cremona, cappuccino
    • 83: Lugano, 20 marzo 1624. Lettera di Fra Arsenio da Desio, cappuccino
    • 87: Coira, 4 aprile 1624. Lettera del Vescovo di Coira Giovanni Flugi de Aspremont (lettera in latino)
    • 90: Milano, 21 febbraio 1625. Lettera di Fra Costantino da Cremona, cappuccino

    Lettere inviate dal Vicario della S. Inquisizione di Poschiavo

    • 7: Poschiavo, 8 aprile 1624. Lettera di P. Paolo Beccaria, Curato di Poschiavo, Vicario della S. Inquisizione di Poschiavo
    • 13: Poschiavo, 15 aprile 1624. Lettera di P. Paolo Beccaria, curato di Poschiavo, Vicario della S. Inquisizione di Poschiavo

    Varie

    • 10: «Capitolo cavato dall’Abscheid della Dieta tenutasi dalli Signori Ambasciatori delli 7 Cantoni Cattolici a Zug li 16 aprile 1624»
    • 19: Zug, 16 aprile 1624. Lettera firmata da «Li Ambasciatori di otto Cantoni Cattolici con suprema auttorità congregati in Zughi, cioè Lucernia, Urania, Suie, Undervaldo sotto et di sopra Zugh, Friborgo, Soletta et Appenzell»
    • 24: Chiavenna, 24 giugno 1624. Lettera del Marchese Niccolò Guidi di Bagno
    • 26: Chiavenna, 7 luglio 1624. Lettera del Marchese Niccolò Guidi di Bagno che garantisce il suo braccio affinché l’autorità del Sant’Officio si affermi nella Valle di Poschiavo: «Il Padre Inquisitor di Como haverà avisato a Vostra Signoria Illustrissima come habbi stabilito l’Officio della Santa Inquisitione in Poschiavo con la debita autorità et l’opera che ho fatto io acciò che quel popolo si sottoponesse volontieri (come per grazia del Signore è seguito) a così dovuta loro obligatione e sebene forsi Vostra Signoria Illustrissima haverà hauto copia di una lettera scritta dalli Capi delle Leghe al detto Comune di Poschiavo per la quale in materia della libertà ecclesiastica si vede che caminano con mal animo, non di meno assicuro Vostra Signoria Illustrissima che per quello che tocca a Poschiavo e questi altri lochi cattolici io ci usarò particolare vigilanza acciò che sia libero l’esercitio della Santa Religione e che non vi torni altra contaminatione»
    • 31: Coira, 27 maggio 1624. Lettera dei Capi e Consiglieri delle due Leghe
    • 35v: settembre 1623. Copia della confessione del prete Innocenzo Riatti di Morbegno circa il signor Paganino da Poschiavo
    • 45: Lucerna, 7 luglio 1624. Lettera di Alessandro Scappi, Vescovo di Campagna, Nunzio Apostolico in Svizzera
    • 55: «Estratto di lettera scritta dal Marchese di Coure in Soluturno li 28 luglio 1624 a Monsignor Nunzio de’ Svizzeri»
    • 58: Sondrio, 29 agosto 1624. Lettera del Marchese Niccolò Guidi di Bagno
    • 59: Sondrio, 29 agosto 1624. Lettera del Marchese Niccolò Guidi di Bagno
    • 62: Lucerna, 17 settembre 1624. Lettera di Alessandro Scappi, Vescovo di Campagna, Nunzio Apostolico in Svizzera
    • 63: Lucerna, 17 settembre 1624. Lettera di Alessandro Scappi, Vescovo di Campagna, Nunzio Apostolico in Svizzera
    • 76: Lucerna, 12 novembre 1624. Lettera di Alessandro Scappi, Vescovo di Campagna, Nunzio Apostolico in Svizzera
    • 91: «Lettera scritta alli Nunzi di Francia, Fiandra, Germania, et Polonia, li 27 gennaio 1624»
    • 92: Compiegne, 9 maggio 1624. Lettera di Bernardino Spada, Arcivescovo di Damiata, Nunzio Apostolico in Francia

    Opuscoli

    • 609c: Minuscolo libretto dal titolo Alphabeto volgare italiano, stampato per P. del la Rovere, MDCV, cm. 8 (larghezza) x 10.5 (lunghezza) (contiene l’alfabeto, come impararlo e poi le preghiere).

    Memoriali

    • 1085: «Memoriale. Alla cattolica maestà il clero, et cattolici di Valtellina», 1621. A stampa, fogli 16-30, con annotazioni a margine a penna.

    Capitolazioni

    • 1070: Capitolatione e conventione tra Sua Maestà, li Signori delle due Leghe Grisa, e Cadè, et Signoria de Mayenfelt, et quelli della Valtellina, et Contado di Bormio, In Milano, Gio. Battista Malatesta Stampatore Regio Camerale, MDCXXII. A stampa (Capitolazione di Milano del 1622 al tempo del Duca di Feria Governatore di Milano)

    Elenchi

    • 871: «Nota delle famiglie heretiche tanto forastiere, quanto nationali, ch’hanno il domicilio in Chiavenna, et suo contado» (stilata dal P. Vicario).
    • 873: «Nota dell’heretici che habitano nel Borgo di Chiavenna et suo adiacente distinta per famiglie, tanto nationali come estranee»

    ACDF, St. St. (Stanza Storica) D 2 h. Della Origine Giurisdizione Privilegi e Rendite delle Inquisizioni di Pier Gerolamo Guglielmi Assessore del Santo Officio, 4 dicembre 1749
    Tomo III, N ad Z

    • 180-191: Inquisizione di Portogallo
    • 209-215: Inquisizione della Savoia di là da Monti

    Fonti e Bibl. essenziale

    Archivio:
    Si vedano i Fondi esistenti presso l’ACDF, VALTELLINA: St. St.(Stanza Storica) L 7 a: Comensis Vol. 4. Circa expulsionem haereticorum a Valletellina, et Comitatu Clavennae (1587-1808);Stanza Storica L 7 b: Comensis. N. Primo. Circa exercendum S. Officium in Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698);Stanza Storica LL 4 h: Circa l’affare di Napoli, Spagna, Portogallo, Valtellina, Grigioni (1566-1778); Stanza Storica QQ 3 c (4): Catholicis Vallis Tellinae dat. facultas utendi ad tempus veteri Kalendario (1612-1616). In questa voce del Dizioanrio si analizza in particolare il secondo grosso faldone: Circa exercendum S. Officium Valletellina et Valle Pragellini (1621-1698), in cattive condizioni di conservazione, del quale si sono analizzati un centinaio di documenti che descrivono l’attività dell’Inquisitore di Como attorno all’anno 1624.

    Fonti a stampa:
    A. Pastore, Nella Valtellina del tardo Cinquecento: fede, cultura, società, Viella, Roma 2015 (ristampa); I. Fosi, Frontiere inquisitoriali nel Sacro Romano Impero, in Papato e politica internazionale nella prima età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Viella, Roma 2013, pp. 257-274; F. Lovison, Evangelizzazione “continua” nelle popolazioni cristiane d’Europa in età moderna e contemporanea. Spunti per la ricerca, in «Archiva Ecclesia», Archivi ed evangelizzazione, vol. 53-55 (2010-2012), Atti del XXIV Convegno degli Archivisti ecclesiastici, Sassone-Roma, 13-16 settembre 2011, Associazione Archivistica Ecclesiastica, Città del Vaticano 2014, pp. 87-89; A. Tallon, Conflits et médiations dans la politique internationale de la papauté, in Papato e politica internazionale nella prima età moderna, a cura di M.A. Visceglia, Viella, Roma 2013; B. Dompnier, Linguaggi della convinzione religiosa. Una storia culturale della Riforma cattolica, Bulzoni Editore, Roma 2013, in particolare il Cap. I, Le frontiere della missione, pp. 33-62, con abbondanti riferimenti bibliografici; Paolo Sarpi, Breve relazione di Valtellina (cfr. l’edizione a cura di L. Novati,  Edizione 2 di Pietra verde, Museo Etnografico Tiranese, 2010), edita criticamente però solo nel 1969); A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari,Einaudi, Piccola biblioteca Einaudi, 2009; C. Cremonini, La congregazione dei Crocesignati milanesi tra 1644 e 1767. Alcune considerazioni, in «Studia Borromaica: Saggi e documenti di storia religiosa e civile della prima età moderna» 23 (2009), pp. 489-519; A. Rotondò, Studi di storia ereticale del Cinquecento, Volume 2, L.S. Olschki, Firenze 2008; S. Xeres, «Il pretesto della religione». La questione confessionale inValtellina, Chiavenna e Bormio, 2004 (consultabile all’indirizzo http//castellomasegra.org/saggi/Xeres.pdf); C. Cantù, Episodio della riforma religiosa in Italia: il sacro macello di Valtellina: le guerre religiose del 1620 tra cattolici e protestanti, tra Lombardia e Grigioni, prefazione di Diego Zoia, Bormio, collana storica Alpinia, 1999; S. Xeres, Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa in Valtellina tra Quattro e Cinquecento, in Il Rinascimento in Valtellina e Valchiavenna. Contributi di storia sociale, Sondrio 1999; A. Wendland, Passi alpini e salvezza delle anime. La Spagna. Milano e la lotta per la Valtellina 1620-1641, Sondrio 1999 (Zürich 1995); C. Di Filippo Bareggi, Le frontiere religiose della Lombardia. Il rinnovamento cattolico nella zona “ticinese” e “retica” fra Cinque e Seicento, Milano 1999; La Valtellina crocevia dell’Europa. Politica e religione nell’età della guerra dei Trent’anni, a cura di A. Borromeo, Milano 1998; G. Signorotto, Aspirazioni locali e politiche continentali. La questione religiosa nella Valtellina del ’600, in Frontiere geografiche e religiose in Italia. Fattori di conflitto e comunicazione nel XVI e nel XVII secolo, atti del XXXIII convegno di studi sulla Riforma e i movimenti religiosi in Italia, Torre Pellice, 29-31 agosto 1993, a cura di S- Peyronel-Rambaldi, «Bollettino della società di studi valdesi», 177 (1995) pp. 87-108; G. Signorotto, Equilibri politici e tensioni religiose in Valtellina dopo il Capitolato del 1639, in Riforma e società nei Grigioni, Valtellina e Valchiavenna tra ’500 e ’600, a cura di A. Pastore, Milano 1991, pp. 173-201; J. Metzler, Religiöse Interessen in den Westalpen: Schweiz, Savoyen-Piemont, in Sacrae Congregationis de Propaganda Fide memoria rerum, a cura di J. Metzler, vol. I, tomo 2, Roma-Freiburg-Wien 1972, pp. 64-92; Concilio di Trento, Sessione IV, 8 Aprile 1546, Decretum de libris sacris et de traditionibus recipiendis, in H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, a cura di P. Hünermann, EDB, Bologna 1996, p. 638; S. Xeres, Filippo Archinti vescovo di Como (1595-1621), in Filippo Archinti, vescovo di Como (1595-1621). Visita pastorale alla diocesi: edizione parziale (Valtellina e Valchiavenna, pieve di Sorico, Valmarchirolo), in «Archivio Storico della Diocesi di Como», 6, (1995), pp. 53-93; A. Rotondò, Studi e ricerche di storia ereticale italiana del Cinquecento, Volume 1, Giappichelli, 1974.

    LEMMARIO